Non è facile scrivere di Benjamin Netanyahu in questi giorni. Ha parlato al Congresso americano unificato – seppur con qualche defezione – in maniera convincente e ragionevole.
Non ha fatto “l’americano”, non ha fatto il gradasso, ha spiegato a senatori e deputati americani che Israele sta combattendo una guerra esistenziale su quattro fronti e che lo sta facendo anche per tutto il mondo libero.
Purtroppo c’è chi queste cose non le capisce e si infila in un “sostegno condizionato” a Israele che non solo rischia di prolungare la guerra, ma rischia anche di allungare quelle sofferenze degli arabi di Gaza che si vorrebbero evitare.
Con i suoi inopportuni appunti la candidata democratica in pectore, Kamala Harris, ha messo in pericolo le trattative per la liberazione degli ostaggi e ha dato ad Hamas un motivo per tenere duro.
In sostanza Kamala Harris ha confermato che la strategia omicida di Yahya Sinwar – che è quella di massimizzare le vittime civili e resistere il più a lungo possibile affinché Israele ceda alle pressioni del mondo – non è per nulla campata in aria, anzi, sembra proprio funzionare.
Così il povero Netanyahu, dopo aver spiegato al Congresso in maniera semplice cosa rischia Israele e cosa rischia il mondo libero se lo Stato Ebraico dovesse cedere, si ritrova la candidata alla presidenza americana che gli fa subito lo sgambetto evidenziando così cosa sarebbe per lo Stato Ebraico una sua presidenza.
Ieri il Premier israeliano ha incontrato anche Donald Trump, cioè il candidato repubblicano alla presidenza USA.
Personalmente non mi fido di Trump. Infatti è stato piuttosto ambiguo sul suo eventuale sostegno a Israele in termini materiali. Cioè, OK per il sostegno morale, ma non si capisce se manderà bombe e missili, né come farà a far finire la guerra in poche ore come ha detto di voler fare.
Si nota subito la mancanza di Jared Kushner, cioè del vero artefice degli Accordi di Abramo e della politica della allora Amministrazione Trump in Medio Oriente. Trump non ha la minima idea di cosa fare in Medio Oriente, è evidente come il sole.
E così torniamo a Benjamin Netanyahu, il comandante in capo che per una volta ha convinto anche i critici come il sottoscritto, non tanto per il bellissimo discorso al Congresso, quanto piuttosto per aver dato finalmente l’impressione chiara e inequivocabile di essere veramente il comandante in capo.
“Noi abbiamo un lavoro da fare e lo faremo fino in fondo, con voi o senza di voi” ha detto Netanyahu ai leader americani. “Ma se ci date una mano lo finiremo prima”.
Vedete, se è giusto affermare che Israele non può prescindere dalle armi americane e quindi dal sostegno di Washington, nemmeno gli Stati Uniti possono prescindere dalla tecnologia israeliana.
Anzi, se è vero che lo Stato Ebraico sta lavorando alacremente per produrre in casa gli armamenti che gli servono, con molta probabilità nel giro di poco tempo Gerusalemme potrà fare a meno di molte cose che oggi Washington le fornisce.
Se l’Iran sotto embargo riesce a produrre missili balistici, droni e ogni tipo di armamento, compreso quello nucleare, tanto più ci potrebbe (dovrebbe) riuscire Israele, che sul nucleare è già a posto.
La cosa più evidente, lapalissiana, che abbiamo potuto vedere durante questo viaggio in America di Benjamin Netanyahu e che gli Americani non hanno ancora capito bene cosa sta facendo l’Iran. Anzi, sembrano più interessati a criticare Israele piuttosto che a combattere i nemici del mondo libero.
Questo vale tanto per Kamala Harris quanto per Donald Trump. Sono così impegnati a pescare nel voto islamico che non si rendono conto di cosa sta combattendo Israele.
Paradossalmente dobbiamo sperare negli ultimi mesi di presidenza di Joe Biden che, al di là dei singoli episodi, in decenni di politica non ha mai fatto mancare il suo sostegno allo Stato Ebraico. Dopo di lui ci sono solo incognite.
