Fede, Politica e Violenza: Hamas nella Prospettiva Storica e Contemporanea

Hamas prospettiva fotografia di un terrorista

Hamas è un gruppo terroristico dotato di una notevole capacità organizzativa, mentre le sue azioni si basano su interpretazioni teologiche ampiamente condivise nel mondo islamico, che però spesso critica le metodologie adottate dal movimento palestinese.      

Hamas – Un Profilo Rivoluzionario

La guerra scatenata da Hamas il 7 ottobre del 2023, con l’eccidio di persone innocenti e la presa di numerosi ostaggi è ancora in corso; l’organizzazione terroristica palestinese, evidentemente, non ha interesse a rilasciare gli individui prelevati illegalmente dalle loro abitazioni.

La scelta di prendere ostaggi, del resto, si inserisce in una tradizione consolidata, che precede di secoli l’emersione delle moderne ideologie; di fronte alla tattica (criminale) usata da Hamas, esiste la tentazione di pensare che questo aspetto derivi esclusivamente dalla contaminazione con ideologie non islamiche, ma tale ragionamento non è del tutto corretto. Hamas si presenta, del resto, come un gruppo che intende reclamare i territori persi l’11 Dicembre del 1917, quando il generale Allenby entrava a Gerusalemme e ne prendeva possesso per conto della Corona Britannica.

A partire da questo momento, finisce il dominio islamico su Gerusalemme iniziato nel VII secolo (e interrotto dal Regno Latino di Gerusalemme), e le altre aree che facevano parte del Sanjak (provincia) di Gerusalemme (Gerusalemme, Gaza, e parte dell’attuale Libano), in quanto nell’Impero Ottomano non esisteva alcuna provincia della Palestina. Quest’ultima designazione è di origine romana, ma nel corso dei secoli non è mai esistito una vera e propria regione o provincia o Stato Palestinese, che verrà creato come Protettorato Britannico, la Palestina del Mandato (Britannico) solamente nel 1922.

Spesso i commentatori osservano che Hamas e gli altri attori della jihad palestinese (e non solo) adottino elementi derivati da ideologie moderne, che si traduce nella natura rivoluzionaria e eversiva adottata dal gruppo terroristico. Si osserva, a tale proposito, una voluta confusione e appropriazione di termini e idee da parte dei gruppi terroristici, che spesso si presentano come rivoluzionari.

La contiguità tra alcune strategie di Hamas (e di altri gruppi terroristici), e prima di loro dei Fedayeen, effettivamente, consente di accostarli al fenomeno dell’eversione armata, che si osserva anche in altre realtà, come l’India. Per questa ragione, è difficile scindere l’elemento politico, che sembra prevalere, dalle motivazioni religiose o presunte tali. Tale aspetto, tuttavia, deriva anche da un adattamento di tecniche usate nel corso dei secoli, come si vedrà più avanti nell’articolo.

Hamas – Le Motivazioni Religiose

Hamas afferma di lottare per la ‘Liberazione della Palestina’, e non accetta l’esistenza dello Stato di Israele, considerato illegittimo; si tratta di una posizione che non è solamente politica, ma che assume anche connotazioni religiose. Il territorio storico della ‘Palestina’, intesa come area e non come Stato, durante il lungo periodo di dominio islamico, viene considerato ‘islamico’, ovvero appartenente ai ‘musulmani’ di diritto, secondo una teologia ben consolidata. 

Uno dei principali esponenti moderni di questa teoria è Jusuf al Qaradawi, un teologo musulmano appartenente alla Fratellanza Musulmana (e scomparso nel 2022) considerato “moderato” per la sua opposizione a gruppi come ISIS e al Qaeda. Egli, essenzialmente, sostiene che la jihad non è più consentita nell’epoca moderna, tranne in un caso, quello della Palestina. Secondo Qaradawi, questo territorio deve essere riconquistato, e tale obiettivo dovrebbe essere considerato dai musulmani come un obbligo religioso. Ovviamente non tutti i musulmani concordano, ma l’influenza e l’autorità goduta da questo teologo nel mondo islamico è notevole.

Al Jazeera, uno dei media più influenti del Medio Oriente, osservava, in occasione del decesso del teologo egiziano, che

Al Qaradawi  era un’autorità religiosa riconosciuta a livello globale con il suo programma televisivo sulla rete di notizie araba più vista al mondo, e utilizzava questa piattaforma per promuovere le idee di cui parlava nei suoi numerosi scritti.

(Usaama al-Azami, Yusuf al-Qaradawi, the Muslim scholar who influenced millions, Yusuf al-Qaradawi, il sapiente musulmano che ha influenzato milioni, Al Jazeera News, 27 Febbraio 2022)

Ostaggi – Ieri e Oggi

La decisione di prendere ostaggi come strumento di guerriglia e di terrore non appartiene solamente ad Hamas; sono numerose le organizzazioni terroristiche che usano questa strategia. Si pensi, in questo senso, all’attacco terroristico del 2008 avvenuto a Mumbai, in cui un commando appartenente a Mujahideen Hyderabad Deccan, assaltò diverse infrastrutture della megalopoli indiana, e tenne in ostaggio diverse persone al Taj Mahal Hotel, per poi liberarne alcuni. Ancora prima, è noto l’episodio dell’eccidio compiuto da Settembre Nero, un’organizzazione associata ai Fedayeen che sequestrarono e in seguito uccisero gli atleti della nazionale israeliana alle Olimpiadi di Monaco di Baviera nel 1972.

Tale strategia, ancora, si osserva nel Medioevo, e riguarda, tra gli altri, gli episodi avvenuti presso La Garde Freinet, in Provenza, verso la fine del X secolo. Si trattava di avventurieri islamici che rapivano persone facoltose per poi richiedere un riscatto, oppure per rivenderle come schiavi; uno di tali episodi è ben documentato, e riguarda l’abate di Cluny, Maiolus, rilasciato dopo che la sua comunità monastica pagò un riscatto consistente. Queste operazioni servivano al gruppo islamico per finanziarsi, e talvolta per mantenere delle piccole enclaves in territori ‘nemici’ e strategici per il commercio. Si trattava, del resto, di una tecnica consolidata, che veniva usata come strumento di approvvigionamento finanziario e talvolta di pressione politica. Sebbene il contesto fosse differente rispetto agli attuali gruppi islamisti, non si può fare a meno di notare che gli ostaggi sono stati usati da epoche ben precedenti rispetto a quella moderna. Le ideologie moderne, poi, hanno rielaborato alcuni concetti, e li hanno asserviti alle loro cause, ma è difficile non osservare una continuità degli strumenti adottati.

La presa di ostaggi, dunque, non è certamente una tecnica nuova, ma le tempistiche invece lo sono, così come le motivazioni; Hamas detiene dei prigionieri politici da oltre un anno e mezzo, e questo appare abbastanza inusuale. Tuttavia, si comprende che questa strategia serva ad Hamas a preservare la sua posizione di potere, in una guerra che sta logorando entrambe le parti in causa. In effetti, detenere ostaggi consente ad Hamas di mantenere elevata l’attenzione della comunità internazionale rispetto alla sua lotta.

Gli ostaggi, del resto, vengono presi anche da diverse associazioni criminali e mafiose, che però usano questo strumento come mezzo di sostentamento economico, e raramente per fini politici.

Terrorismo e Resilienza

Criminalità e terrorismo, da quanto emerge dall’analisi precedente, mostrano una preoccupante convergenza, specialmente in alcuni Paesi, come l’India, in cui la criminalità organizzata fornisce supporto o partecipa attivamente alle operazioni terroristiche. Allo stesso modo, diventa difficile comprendere il peso delle motivazioni degli attacchi portati da gruppi terroristici islamici, in cui la politica si fonde in maniera inestricabile con la religione.

La capacità di combinare questi elementi in un mix unico conferisce ai movimenti terroristici moderni caratteri preoccupanti che non possono mai essere sottovalutati. Tale combinazione di elementi spiega, in parte, la longevità di Hamas e di altri gruppi simili; smantellare queste organizzazioni diventa dunque impossibile, considerando la loro capacità di riorganizzarsi in tempi relativamente brevi, anche quando la reazione dello Stato è energica e tempestiva.

La resilienza dei gruppi terroristici, inoltre, deriva anche dalla loro capacità di costruire vere e proprie reti del terrore, che forniscono ai singoli gruppi o cellule il supporto e le istruzioni necessarie per pianificare e compiere attacchi terroristici. Si pensi, in questo senso, alla vastissima rete di Al Qaeda e ISIS, attive nel mondo intero, o a reti che si riferiscono a queste due organizzazioni, diventate il brand moderno del terrorismo.

Quando si pensa ad Hamas, tali elementi devono essere attentamente considerati e analizzati; si tratta di un’organizzazione che governa un territorio, e che possiede significative capacità in termini di organizzazione e reclutamento. Hamas ha sempre perseguito un progetto chiaro e definito, e il suo obiettivo non è mai stato celato; per questa ragione, anche la risposta deve essere chiara, lucida e coerente rispetto allo scopo di contrastare la cultura che permette a gruppi come Hamas di nascere e prosperare nonostante le difficoltà.

La reazione del Mondo Islamico

Il fenomeno di Hamas, e del terrorismo in generale, è sempre stato divisivo per la comunità islamica; se le condanne di gruppi come ISIS e Al Qaeda sono nette e generalizzate, per altri movimenti le reazioni sono più sfumate. La questione palestinese, con le sue argomentazioni teologiche riconosciute da una ampia parte del mondo islamico, è probabilmente una delle problematiche più divisive, anche se raccoglie numerosi simpatizzanti nel mondo intero.

L’Arabia Saudita, considerata un punto di riferimento per il mondo islamico, ha immediatamente preso le distanze dall’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, sostenendo, sia tramite funzionari governativi che esponenti dell’apparato religioso, che si tratta di atti da condannare. Allo stesso tempo, questo Paese, come la quasi totalità di quelli a maggioranza islamica (e.g. Indonesia) sostiene la creazione di uno Stato Palestinese, unitamente alla cessazione della guerra a Gaza. Quest’ultima, come noto, è diventata insostenibile per la popolazione civile, che continua ad essere usata da Hamas come merce di scambio per la sua leadership. I ripetuti appelli a liberare gli ostaggi sono stati ignorati, e questo problema dovrebbe essere affrontato da Hamas in maniera responsabile, e non in funzione dei suoi obiettivi politici. Si tratta di elementi che spesso nel dibattito su questi eventi vengono eccessivamente semplificati, alimentando il sostegno (indiretto ma anche diretto) a gruppi che sono i primari responsabili di quanto sta accadendo in Medio Oriente.

Di conseguenza, sono le metodologie usate da Hamas a non convincere, e non la validità della causa palestinese; del resto, il giudizio su questa organizzazione sembra essere cambiato nel corso del tempo. Ai giudizi essenzialmente positivi di Arabia Saudita ed Egitto (e di altri Paesi islamici) nei primi anni Novanta, sono subentrati quelli negativi dopo la Guerra del Golfo. Pertanto, il rapporto tra l’organizzazione palestinese e i governi arabi si è incrinata irrimediabilmente, e la situazione attuale testimonia questo cambiamento di giudizio.

Attualmente, gli unici Paesi che supportano ufficialmente Hamas, oltre al Qatar, sono Iran e Libano, due nazioni a maggioranza sciita; pertanto, sembra ragionevole ritenere che le motivazioni politiche siano decisamente più rilevanti rispetto a quelle religiose. Gruppi come Al Qaeda e ISIS, in effetti, non hanno mai considerato attori con un’impostazione ideologica differente dalla loro come potenziali alleati.

Hamas, invece, cerca sempre il supporto attivo di una compagine più ampia possibile, e, da questo punto di vista, l’accento viene posto sul “mondo islamico”, o anche su una supposta “unità araba”, che ovviamente viene auspicata come antidoto alla divisione attuale. Si tratta, evidentemente, di un’alleanza politica e strategica, che permette ad Hamas di ricevere supporto e al regime iraniano di conservare una certa influenza in aree a maggioranza sunnita.

Il dissenso rispetto ad Hamas, infine, emerge anche all’interno delle aree controllate dal gruppo palestinese, e proviene anche da teologi considerati autorevoli, come  Salman al-Dayah, una delle massime autorità accademiche dell’Università Islamica di Gaza, affiliata ad Hamas. Secondo la BBC, questo teologo,

È una delle autorità religiose più rispettate della regione, quindi la sua opinione legale ha un peso significativo tra i due milioni di abitanti di Gaza, che sono prevalentemente musulmani sunniti.

(Rushdi Abualouf, Gaza’s top Islamic scholar issues fatwa criticising 7 October attack,  Il principale studioso islamico di Gaza emette una fatwa criticando l’attacco del 7 ottobre, BBC, 8 Novembre 2024).

Il quadro del supporto o dell’opposizione ad Hamas, dunque, risulta decisamente complesso, e tale complessità non deve essere ignorata quando si considera questo fenomeno.

L’invito è, dunque, ad una lettura veramente critica del fenomeno terroristico e del conflitto che si sta consumando tra Israele e Hamas, senza cedere al fascino delle semplificazioni e delle partigianerie. Eventi complessi come quelli in esame non hanno mai una sola causa e una soluzione precisa, ma richiedono un costante lavoro di analisi, ricerca e di azioni coraggiose e responsabili dalle parti in causa.     

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