Secondo un rapporto BCA Research gentilmente segnalatomi da un amico, la vera ragione per cui Hamas ha attaccato Israele il 7 ottobre 2023 è stata la volontà da parte del gruppo terrorista e di chi lo sostiene di seminare i semi dell’illiberismo in Israele in modo da isolarlo dall’occidente.
Una operazione, se vera, che ogni giorno che passa sembra riuscire di più. Eppure, come dice il rapporto «Israele deve rimanere uno Stato occidentale e liberale per sopravvivere. Solo con una tale prospettiva potrà continuare a ottenere il sostegno dei suoi alleati occidentali, in particolare degli Stati Uniti».
Il rapporto punta l’indice sulla popolazione ultraortodossa e sugli insediamenti affermando che «il vero rischio per Israele è quello di diventare esso stesso illiberale. Grazie al tasso di natalità elevato, la popolazione ultraortodossa di Israele costituisce oggi il 13% della popolazione e raggiungerà circa il 20% entro il 2040. Questi cambiamenti demografici hanno già costretto il partito di centro-destra Likud ad assumere una posizione molto più aggressiva nei confronti delle questioni irrisolte con i palestinesi, poiché è costantemente costretto a cedere alle pretese de partiti ultranazionalisti e religiosi».
E poi continua affermando che «in particolare, Israele ha permesso il proseguimento della costruzione degli insediamenti in Cisgiordania, soprattutto sotto la guida del Likud. La popolazione israeliana in Cisgiordania supera il mezzo milione, quasi il 17% del totale della regione».
Se prendiamo la definizione standard di sovranità dalla scienza politica – il monopolio decisionale in un determinato territorio – i palestinesi non avranno mai uno Stato indipendente in Cisgiordania. Israele non può semplicemente permettere all’Autorità Palestinese di avere un tale monopolio in tutta la Cisgiordania, dato che oggi il 60% del territorio è controllato da Israele e vista la crescita della popolazione degli insediamenti israeliani.
Il rischio esistenziale per Israele, quindi, è che il Paese scivoli in una forma di illiberalismo che non corrisponde più alle sue radici di Stato nazionale occidentale e moderno.
Gran parte della retorica anti-israeliana in Occidente è antisemitismo, che è chiaramente in aumento in tutto il mondo occidentale. Ma non tutte le critiche sono antisemitismo. Con il cambiamento demografico di Israele, i suoi governi rifletteranno la crescente influenza della destra religiosa illiberale. E quei futuri governi israeliani troveranno scarsa affinità in Occidente per i progetti neoreligiosi, come il ripopolamento di antichi regni distrutti dai… neoassiri.
Se gli insediamenti israeliani in Cisgiordania siano “giusti” non è affar nostro. Sono chiaramente legali, tuttavia, dato che l’area è sotto il controllo de facto di Israele e dato che la Giordania ha rinunciato alle sue rivendicazioni sulla Cisgiordania. Secondo il diritto internazionale, Israele può fare praticamente tutto ciò che vuole con la Cisgiordania.
Ci limitiamo a sottolineare che, oggi, gli insediamenti non sono solo un ostacolo al processo di pace. Sono una pugnalata al cuore del processo di pace. E sono stati ampliati da un governo israeliano sempre più dominato da una fazione illiberale della società israeliana.
È qui che risiede il principale rischio esistenziale per Israele. La popolazione ortodossa israeliana non è sionista, almeno non nella sua concezione originaria. È motivata da una rettitudine religiosa che rifiuta i principi dell’Illuminismo, su cui si fonda lo stesso Israele. Gli insediamenti in Cisgiordania non fanno parte di un progetto di costruzione nazionale, ma sono un ritorno agli antichi regni ebraici di Giudea e Samaria. Non si tratta più di un progetto di costruzione di una nazione europea. Si tratta di una guerra religiosa che, ironia della sorte, i nemici arabi di Israele stanno abbandonando!
Detto questo, siamo grandi sostenitori della tesi secondo cui la demografia non è destino. Vari studi suggeriscono che la popolazione ultraortodossa di Israele sarà il 24% della popolazione totale entro il 2050. Ma non dicono nulla sulle loro credenze. I bambini hanno un modo di ribellarsi ai propri genitori. Chi può sapere cosa pensano gli ebrei ultraortodossi della Generazione Z e della Generazione Alpha dell’antica Giudea e Samaria? Soprattutto perché cresceranno in un Israele moderno, liberale, soleggiato, ricco e tecnologicamente avanzato, non in una teorica enclave affamata, impoverita e governata da terroristi autoritari.
Inoltre, l’87% della popolazione israeliana che oggi non è ultraortodossa conosce bene la storia degli ultimi ottant’anni. Certo, ci sono le narrazioni e i miti dell’autosufficienza e delle storie del “noi contro il mondo” che hanno costruito Israele come una società resiliente che tira pugni ben al di sopra del suo peso. Ma è veramente così?
Ecco perché la più grande minaccia esistenziale per Israele non sono i suoi vicini, ma piuttosto la perdita del sostegno dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti. Un sostegno che negli ultimi 80 anni ha garantito a Israele un vantaggio militare e tecnologico schiacciante sul resto del Medio Oriente. E i segnali che arrivano dalla destra americana (MAGA) e dalla sinistra DEM non sono affatto incoraggianti.
Ed è quello che temo stia avvenendo. Parlare di “riconoscimento della Palestina” fondamentalmente non vuol dire niente proprio per le ragioni di cui sopra, ma è un chiaro segnale di allontanamento da quello che fino a pochi mesi fa era un sostegno incondizionato.
