Middle East

Abu Mazen alza il tiro: vuole Marwan Barghouti libero

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Sono mesi che diciamo che la tecnica di Abu Mazen nelle cosiddette trattative di pace con Israele è quella del continuo rialzo per non arrivare mai a nulla. Se le indiscrezioni trapelate dallo staff palestinese che oggi accompagna il leader della ANP all’incontro con Obama saranno confermate, sarà l’ennesima prova che Abu Mazen intende alzare il tiro al punto tale da costringere Israele a rigettare in toto le richieste/ricatto palestinesi.

Infatti, secondo indiscrezioni riportate dagli organi di stampa israeliani e palestinesi nell’incontro tra Abu Mazen e Barack Obama che si terrà oggi a Washington il Presidente della ANP chiederà di bloccare tutti gli insediamenti e, soprattutto, la liberazione di ulteriori terroristi che al momento sono imprigionati per gravissimi reati in Israele, tra i quali in particolare ne spiccano due, cioè Marwan Barghouti e Ahmad Sa’adat.

Barghouti sta scontando cinque ergastoli in quanto mente e responsabile di molti attentati nei quali hanno perso la vita decine di cittadini israeliani, mentre Sa’adat oltre ad essere implicato in varie attività terroristiche è il responsabile dell’omicidio del Ministro israeliano Rehavam Ze’evi.

Ora, essendo praticamente impossibile che Israele rilasci terroristi del calibro di Ahmad Sa’adat e, soprattutto, del calibro di Marwan Barghouti la tecnica di Abu Mazen diventa palese: costringere Israele a dire di no e quindi far passare lo Stato Ebraico come il responsabile del fallimento dei colloqui.

La cosa incredibile è che con molta probabilità le assurde richieste di Abu Mazen troveranno una spalla a Washington e il tutto per lo stesso motivo che spinge il Presidente della ANP a questo continuo rialzo in quanto anche gli americani si rendono conto che stando così le cose un qualsiasi accordo tra Israele e palestinesi è praticamente impossibile. Quale miglior ipotesi quindi se non quella di far ricadere su Israele la responsabilità del fallimento dei colloqui di pace? E’ una farsa che abbiamo più volte denunciato.

E si mettano il cuore in pace tutti coloro che ci tacciano di estremismo solo perché siamo obbiettivi e difendiamo la democrazia israeliana. Né Abu Mazen né Obama sono veramente interessati a un vero accordo di pace con Israele, il primo perché gli va bene che la situazione rimanga così com’è adesso, il secondo perché si rende conto che non potrà continuare all’infinito a scaricare su Israele i fallimenti della sua politica estera, fallimenti di cui la prima vittima è proprio lo Stato Ebraico. E allora quale miglior soluzione se non quella di delegittimare Israele?

Nota conclusiva

La tecnica di Abu Mazen è particolarmente esecrabile soprattutto se si pensa che con Marwan Barghouti libero lo stesso Abu Mazen non avrebbe alcun futuro politico. Quindi il primo a rimetterci da una eventuale liberazione di Barghouti sarebbe proprio il Presidente della ANP. E ancora qualcuno pensa che Abu Mazen sia un interlocutore affidabile.

Noemi Cabitza

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5 Comments

  1. L’ennesima conferma dell’inconsistenza dilettantesca dell’attuale amministrazione USA… chiacchiere, sorrisi, pii desideri… Non è così che si può governare il proprio Paese e mantenere il primato mondiale!

  2. La responsabilità di questa situazione é in tutto e per tutto di Barak Obama.
    Gli arabi fanno il loro gioco, come é comprensibile, e quindi é tempo perso accusarli di qualcosa.
    E’ il gioco del Presidente degli USA, che invece va messo sotto accusa.
    E’ Obama che istiga e incoraggia i Palestinesi.
    Lo ha già fatto in occasione del primo tentativo di negoziato, da lui e solo da lui sollecitato, quando dettò in anticipo la soluzione della linea verde come confine finale di Israele.
    E continua a farlo adesso, quando fa dire a Kerry che non é necessario che Israele insista con la sua richiesta di essere riconosciuto dai Palestinesi come Stato ebraico, per di più senza cassare il diritto di ritorno in Israele mantenuto da Abu Mazen, per i discendenti dei rifugiati del ’48.
    Il tutto alludendo alla minaccia di un allargamento del boicottaggio contro Israele previsto da lui come ineluttabile e quindi naturale.
    Non c’é in realtà niente di ineluttabile e naturale, che possa cioé accadere senza la sua collaborazione.
    E’ invece Obama – per sua scelta unilaterale- che continua a piantare un coltello alla gola di Israele, per indurlo a cedere alle sue richieste.
    In questo assistito da certa stampa e perfino dalla UE, che però meriterebbe un discorso a parte.
    In questa situazione il primo nemico di Israele- oltre quelli storici- é proprio questo blocco “soft” Obama-UE.
    Questi i fatti a mio avviso.
    La vera domanda é pertanto questa:
    perché Obama ha scelto questa politica?
    Ma prima ancora di questa domanda mi farei un’altra domanda.
    Questa:
    Perché l’elettorato USA ha scelto Obama per la seconda volta, nonostante gli insuccessi e l’ambiguità della sua amministrazione?
    In breve la mia opinione é questa:
    La società americana ha una nuova composizione etnico-culturale, che si accompagna alla fine del “sogno americano”
    Il “sogno americano” apparentemente riguardava tutti, ma si realizzava di fatto con un allargamento dei ceti medi e della loro partecipazione ad una ricchezza crescente.
    Purtroppo sono trent’anni che i ceti medi americani si impoveriscono e possono mantenere il loro livello precedente soltanto attraverso l’aumento del numero di ore lavorate e l’indebitamento privato.
    Adesso si é inceppato anche questo meccanismo compensativo.
    Da qui la fine del “sogno americano”.
    Obama é stato scelto perché interpreta questa fine e propone un maggiore intervento pubblico a sostegno delle fasce che si impoveriscono.
    Questo però non giustifica la sua costante politica antiisraeliana , che va ascritta sicuramente alle sue caratteristiche ideologiche personali.
    Queste caratteristiche non sono nemmeno meccanicamente ascrivibili al suo passato di attivista per i diritti civili delle famiglie più disagiate e nemmeno al fatto di avere avuto una madre attivista e anticonformista, che aveva sposato prima un keniota e poi un indonesiano.
    Ciascuno é un unicum e il risultato di questa biografia non é che Obama debba essere necessariamente antiisraeliano, ma lo é sicuramente e per sua scelta.
    Come é anche chiaro che all’elettorato americano attuale questo interessa poco.
    Pertanto Obama e la sua personale ideologia antiisraeliana non é il prodotto di un ineluttabile corso della Storia: é soltanto un’opzione prima possibile e adesso attuale.
    E come tutto, passerà anche questa.
    Diceva Eduardo: “Ha da passà ‘a nuttata”.
    E non é neppure necessario che Israele entri in questa “notte” con la rassegnazione di un pugile che sappia di aver già perso, perché appunto vale di più la convinzione che “’a nuttata ha da passà”.
    Se non altro per l’inconsistenza della centralità del cosiddetto conflitto israelo-palestinese, in confronto alla reale centralità dei conflitti regionali in corso.
    I quali conflitti possono semmai solo essere aggravati da un successo della linea di Obama, come é accaduto finora.

    1. discorso giusto, ma Israele non può permettersi il lusso che passi la nottata senza fare nulla, perché la nottata è ancora parecchio lunga, come minimo due anni e mezzo. E intanto i nemici si fanno forti proprio grazie a Obama

      1. Giusta la considerazione di Mara.
        Tuttavia con l’espressione eduardiana intendevo dire che a Israele conviene resistere e respingere le sollecitaziioni di Obama, mantenendo la sua posizione e costringendo il Presidente degli USA a mostrare le sue carte.
        Toccherà ad Obama decidere se gli conviene gettare definitivamente la maschera, senza stupidi infingimenti.
        D’altro canto cosa può fare Israele più di questo?
        Non gli conviene accusare esplicitamente la Casa Bianca e “giustificare” così un eventuale suo irrigidimento.
        Nel gioco delle responsabilità, deve toccare a Obama l’assunzione di responsabilità.
        Poi é ovvio che Israele deve fare il possibile per rendersi più autonomo dal Governo Federale di Washington, e mantenere al contempo l’ attuale partnership con alcune società americane nella produzione per esempio di missili antimissile come l’arrow 3 o la cosiddetta “fionda di Davide”.
        Se fosse possibile fare da soli, sarebbe anche meglio.
        Certo la via é stretta, ma é anche vero che fra meno di tre anni Obama non ci sarà più.
        Speriamo che il successore sia diverso da lui.
        Non tutto é nelle mani di Netanyahu.
        Anzi.

  3. Piccola postilla sulla richiesta della liberazione di Barghouti.
    E’ evidente che si tratta di una richiesta che non condivide nemmeno chi l’ha formulata:
    l’ineffabile Abu Mazen.
    Come tale potrà essere facilmente ritirata in segno di “buona volontà”nell’ambito di un falso scambio, in cui Israele dovrebbe rinunciare per “spirito di reciprocità” a qualcosa di importante e che invece Obama fingerà di considerare. un passo importante sulla “strada della pace”.
    Come se la intendono questi due: Obama e Abu Mazen!
    E’ probabile in questo caso che il Presidente USA abbia avuto in passato- nei suoi giri per il mondo da adolescente- qualche esperienza nelle compravendite dei Suk.
    Ma é ancora più probabile che Netanyahu sappia riconoscere al volo le patacche ed essendo poliglotta conoscerà certamente il detto napoletano: “ca’ nisciuno é ffesso”.

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