È come aspettare una martellata. Sai che arriverà ma non sai né quando né da dove arriverà. Questo è il clima tra i vertici militari e di intelligence israeliani dopo l’eliminazione di Qassem Soleimani.

Non sono servite le rassicurazioni di alcuni esperti militari date ieri al Primo Ministro Benjamin Netanyahu in merito al fatto che l’Iran tramasse una risposta contro gli americani e non contro Israele.

Le dichiarazioni dei vertici iraniani e soprattutto delle Guardie della Rivoluzione islamica non lasciano molto spazio all’ottimismo, anche se l’operazione è stata tutta americana e addirittura, contrariamente a quanto detto, Israele non era nemmeno informato delle intenzioni americane.

Ieri pomeriggio a Gerusalemme si è svolto l’ennesimo vertice di sicurezza al quale hanno partecipato i massimi livelli della difesa e delle intelligence, sia quella interna (Shin Bet) che quella esterna (Mossad).

Mentre alcuni militari ritengono poco probabile un attacco contro Israele nel breve periodo, le informazioni delle intelligence dicono tutto il contrario.

I proxy iraniani si stanno muovendo. Hezbollah ha convocato per oggi una riunione dei comandanti e sta spostando missili a ridosso della cosiddetta Linea Blu.

Subito dopo i funerali di Qassem Soleimani c’è stata una riunione tra il nuovo capo della Forza Quds, Esmail Ghaani, e i delegati di Hamas, Jihad Islamica ed Hezbollah. E di sicuro non si sono visti solo per piangere Soleimani.

Il coinvolgimento dei proxy iraniani può voler dire solo una cosa: Israele sarà l’obiettivo della ritorsione iraniana.

I motivi secondo l’intelligence sono diversi. Il primo è che in questo momento lo Stato Ebraico può contare solo su se stesso per la difesa del proprio territorio. Nonostante gli americani abbiano colpito un obiettivo primario non si sono premuniti di rafforzare anticipatamente la propria componente militare nel Mediterraneo che al momento è scarsa. Non c’è nemmeno una portaerei nel Mediterraneo e le forze basate in Italia sono state trasferite nel Golfo Persico a difesa di obiettivi americani. È un errore tattico di non poco conto.

Il secondo è che nonostante l’ammissione americana di aver fatto tutto da soli gli iraniani continuano a sostenere che l’eliminazione di Qassem Soleimani sia il frutto di una collaborazione tra CIA e Mossad. Insomma, secondo Teheran Israele non può essere esente da responsabilità e quindi nemmeno dall’essere un obiettivo per una eventuale ritorsione.

Il terzo, forse il più banale ma anche il più probabile, è che gli iraniani preparano da anni un attacco a Israele e quale migliore occasione se non quella di una risposta ad un attacco di così alto profilo anche per giustificarsi di fronte al consesso internazionale?

Le opzioni sul tavolo di Netanyahu

Ieri sul tavolo di Netanyahu sono state presentate diverse opzioni e diversi scenari. La prima opzione è quella di mantenere la calma e continuare con la stessa politica “preventiva” portata avanti fino ad oggi (forse la più logica in questo momento). La seconda è quella di intensificare le operazioni preventive e di colpire prima di essere colpiti. Sul tavolo anche “operazioni a lungo raggio” da effettuarsi con gli F-35 per “mandare un chiaro segnale a Teheran”, ma questa è davvero l’ultima delle opzioni. Forse in questo momento è più prudente mordere il freno piuttosto che accelerare.

“Alert” per i cittadini americani in Israele

Ieri l’ambasciata americana a Gerusalemme ha mandato un “alert” a tutti i cittadini americani presenti nello Stato Ebraico avvisandoli che «in caso di attacco con mortaio o razzo verranno attivate le sirene di allarme rosso». In quel caso i cittadini americani devono prendere sul serio l’allarme e dirigersi immediatamente nel luogo sicuro più vicino e seguire dettagliatamente le istruzioni delle autorità locali. Anche questo non è proprio un buon segnale visto che gli alert delle ambasciate si basano su informazioni di intelligence anche se il messaggio è stato fatto passare come “un eccesso di prudenza”.