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Arabia Saudita e Iran hanno una cosa in comune: la tortura sulle donne

Se c’è una cosa che accomuna Arabia Saudita e Iran è la repressione delle attiviste per i Diritti delle donne e le torture a loro inflitte, compresi gli abusi sessuali

Attiviste dei Diritti Umani incarcerate e torturate, sottoposte ad abusi sessuali, distrutte a livello psicologico con minacce verso i loro famigliari, torturate con scosse elettriche così forti da piegare le gambe. Arabia Saudita e Iran almeno una cosa in comune ce l’hanno.

Un rapporto presentato ieri da alcuni deputati britannici ha svelato come alcune donne attiviste per i Diritti Umani sono incarcerate da mesi in Arabia Saudita senza poter aver accesso ad alcuna forma di difesa e come vengano sottoposte a continue e gravi torture, comprese le molestie sessuali che per una donna musulmana sono quanto di più grave ci possa essere.

Già diversi mesi fa sia Amnesty Internazional che Human Rights Watch avevano denunciato come le attiviste per i Diritti Umani in Arabia Saudita venissero torturate in carcere, private del sonno, percosse, torturate con scosse elettriche e, alcune di loro, molestate sessualmente dai loro aguzzini.

Layla Moran, membro del Parlamento britannico eletta con i liberal si è detta “sgomenta” nel leggere il rapporto della commissione britannica creata ad hoc per condurre una indagine sulle condizioni di detenzione delle donne attiviste per i Diritti Umani in Arabia Saudita.

«Quando ho letto degli arresti ero sgomenta» ha detto la Moran. «Ma quello che è venuto dopo è assolutamente inconcepibile. Torture, mancato accesso alla difesa, abusi sessuali e altre forme di prevaricazione fisica e psicologica non sono tollerabili» ha continuato la deputata britannica chiedendo l’immediata liberazione delle attiviste saudite.

«Alle detenute è stato negato il corretto accesso a cure mediche, a consulenza legale e alle visite dalle loro famiglie, il loro isolamento e i maltrattamenti subiti sono abbastanza gravi da soddisfare la definizione internazionale di tortura» ha aggiunto un altro parlamentare britannico, Crispin Blunt.

Ci piace l’idea dei parlamentari britannici di interessarsi alle condizioni di detenzione delle attiviste per i Diritti delle donne in Arabia Saudita, ma ci piacerebbe ancora di più se la stessa iniziativa venisse creata anche per l’Iran dove la situazione è addirittura peggio perché le donne attiviste dei Diritti Umani incarcerate non sono solo poche decine ma centinaia.

Come in Arabia Saudita anche in Iran le donne attiviste per i Diritti Umani vengono sistematicamente torturate, vilipese, viene loro negato il diritto alla difesa, i colloqui con i famigliari e vivono in isolamento pressoché totale.

Nel carcere di Evin ci sono attiviste per i Diritti Umani ancora incarcerate dalle rivolte del 2009, le stesse che Hassan Rouhani aveva promesso di liberare.

Intendiamoci, non si tratta di fare una classifica su chi sia peggio tra Arabia Saudita e Iran, se c’è una cosa che i due arci-nemici hanno in comune è proprio la tortura sulle donne e l’oppressione dei loro Diritti, ma se crei una commissione sugli abusi dei sauditi non puoi non fare altrettanto con gli iraniani altrimenti compi un atto politico prima ancora che umanitario.

Invece le donne iraniane incarcerate, sebbene siano centinaia e sebbene siano incarcerate da anni, sembrano quasi non esistere. E’ una stortura alla quale presto metteremo fine con un rapporto sulla condizione delle donne iraniane che uscirà verso la fine di febbraio o gli inizi di marzo.

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