Ci sono tre cose di questa guerra contro l’Iran che si possono affermare con sufficiente certezza: la prima è che l’Iran sta esaurendo i missili, i lanciatori e forse i droni; la seconda è che l’unico che guadagna da questa guerra è Putin; la terza è che molto probabilmente Trump non ha un piano per il dopoguerra.
Partiamo dalla prima. Durante la guerra precedente, detta dei 12 giorni, l’Iran lanciò salve di circa 400 missili alla volta contro Israele. Oggi dall’inizio della guerra in dodici giorni ne ha lanciati in totale “solo” 300 contro Israele, dei quali la metà con testate a grappolo per massimizzare le vittime. È vero che ne ha lanciati altrettanti contro obiettivi americani e arabi nel Golfo Persico, ma siamo ancora molto al di sotto di quello che si valutava. Probabilmente più che i missili, l’Iran sta esaurendo i lanciatori, presi costantemente di mira dai caccia israeliani e americani. Il bombardamento delle fabbriche di droni e di componenti per missili potrebbe bloccare la produzione di ambedue, soprattutto dei droni Shahed che tanti danni hanno fatto in Ucraina e in altri contesti, compreso quello del Golfo nella guerra attuale. Insomma, quelle che vediamo potrebbero essere le ultime cartucce iraniane, un po’ a tentare il tutto per tutto consapevoli della “volatilità mentale” di Trump, delle pressioni dei Paesi Arabi e di quelle interne che subisce per chiudere la guerra. È già successo nella guerra dei 12 giorni.
Il guadagno di Putin. Questa è pressoché una certezza. Con il petrolio che va oltre gli 80 dollari al barile – con punte fino a 120 dollari – le esangui finanze russe prendono una bella boccata d’aria. Se uno volesse pensar male si potrebbe dire che Trump ha fatto un enorme favore all’amico Putin. Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che però la Russia perde un buon fornitore di missili e droni. Sbagliato, i droni la Russia in buona parte se li costruisce da sola, i missili in parte anche, ma per quelli ci sono la Corea del Nord e la Cina. Nelle ore scorse il killer del Cremlino si è azzardato anche a offrire gas e petrolio a buon prezzo all’Europa, supportato subito dalle sue cheerleader infiltrate in Europa, Fico, Orban e naturalmente Salvini. E badate bene che le pressioni in tal senso aumenteranno i prossimi giorni.
Trump non ha un piano per l’Iran. Il Presidente statunitense in una settimana è passato dal chiedere il regime-change al chiedere una “figura amichevole” con USA e Israele. Se per Israele l’obiettivo è chiaro, cioè rendere inerme la testa dell’idra sciita e quindi l’asse del male, quello statunitense non lo è per nulla. A parte che non credo che nella testa israeliana o americana ci sia mai stato veramente l’idea di un cambio di regime a Teheran, credo piuttosto che Trump vada a rimorchio di Gerusalemme, cioè che non avendo le idee chiare su cosa fare dell’Iran si adatti a renderlo inerme così come vuole Israele.
La variabile impazzita. Il concetto di variabile impazzita descrive un elemento all’interno di un sistema (politico, economico, sociale o tecnico) che diventa imprevedibile, incontrollabile e capace di alterare radicalmente gli equilibri previsti. La descrizione esatta di Donald Trump. Ora, torno a ripetere ancora una volta che se Trump non avesse fermato Israele né a Gaza, né in Libano e men che meno in Iran, oggi probabilmente scriveremmo un’altra storia. Purtroppo la maniacale ricerca del Nobel per la pace ha spinto Trump a costringere Israele a fermarsi all’ultimo miglio, quando cioè era il momento di chiudere definitivamente i conti con Hamas, Hezbollah e Iran. Oggi non pioverebbero missili dal Libano, dall’Iran e Hamas sarebbe polverizzato. Invece Hamas è ancora a Gaza, in Libano si combatte e l’Iran spara missili a destra e a manca, blocca lo Stretto di Hormuz e resiste ai bombardamenti. Probabilmente ci sarebbero anche 35.000 ragazzi iraniani in più.
Cosa può fare la variabile impazzita? Praticamente di tutto. Dal bloccare nuovamente Israele (quanto tarderà Trump a dare tutta la colpa a Netanyahu?) e con esso le operazioni di smantellamento dell’apparato militare iraniano, al mandare decine di migliaia di marines in Iran per prendere il controllo dello Stretto di Hormuz. Di certo le pressioni che subisce in patria e dai paesi arabi sono fenomenali. Qualsiasi idea avesse in testa Trump prima di attaccare l’Iran, ormai è andata a farsi benedire. Deve improvvisare, il che vuol dire guai.
Fermarsi adesso vuol dire arrendersi all’Iran. Fermarsi adesso vuol dire lasciare la testa dell’idra al suo posto, libera di riorganizzare l’asse del male. Fermarsi adesso vuol dire ancora una volta fermarsi all’ultimo miglio.
Purtroppo credo che Trump stia cercando una “via d’uscita” e che fermerà quantomeno l’offensiva americana sperando che almeno lasci le mani libere a Israele. Il peccato originale è stato fermare Israele nel giugno 2025, ma ormai il danno è fatto, speriamo solo che la variabile impazzita non peggiori la situazione.
