I bambini malnutriti di Gaza e le campagne per la raccolta fondi delle ONG

Quello che servirebbe veramente ai “bambini malnutriti di Gaza” non sono le vergognose campagne infarcite di menzogne ma il dissolvimento di Hamas, che nessuno però nomina

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Franco Londei - Editor

Le campagne di raccolta fondi delle Organizzazioni non governative (ONG) che usano in maniera martellante la parola «bambini» alla quale associano «malnutrizione» e soprattutto «Gaza» sono diventate ormai una cosa scandalosa.

Fino a poco tempo fa c’era uno spot di una grossa ONG dove un noto attore italiano affermava che in alcuni casi i bambini di Gaza «preferivano morire» perché almeno in Paradiso avrebbero trovato cibo e acqua. Fandonie, falsità e uso indiscriminato dei bambini al solo scopo di racimolare denaro.

Giusto per essere chiari, non intendo in alcun modo negare che la situazione nella Striscia di Gaza sia critica, tuttavia non lo è per come viene descritta, non lo è per i motivi che intendono raccontare e, paragonata ad altre crisi umanitarie, è infinitamente più piccola nonché più “assistita”.

Partiamo dai numeri e dal ricordare che Gaza è ancora teatro di guerra. Secondo l’UNICEF «la malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni è risultata bassa. La malnutrizione cronica, o ritardo della crescita – un indicatore di crescita lineare compromessa che riflette le condizioni nutrizionali e di salute accumulate nel tempo – ha colpito il 12,2% dei bambini sotto i cinque anni. Il sovrappeso interessava il 4,0%. La coesistenza di ritardo della crescita, deperimento e sovrappeso nella stessa popolazione indica una scarsa qualità della dieta piuttosto che una semplice questione di quantità di cibo».

Tradotto, il cibo arriva ma non è di qualità o viene distribuito male. Inoltre la malnutrizione acuta riguarda una percentuale ridotta della popolazione infantile e più in generale la cattiva gestione del cibo riguarda circa un milione di palestinesi considerando adulti e bambini. Giusto per avere un termine di paragone con altre crisi, nella stessa situazione (anche peggiore) in Sudan sono 25 milioni, in Yemen 17 milioni, cinque milioni in Somalia, luoghi dove però non si parla di «cattiva gestione» ma di vera carenza di cibo. Eppure questi luoghi non li sento mai nominare.

Anche secondo il Word Food Programme (WFP) a Gaza il problema principale è qualitativo. Il ritardo della crescita dovuto a diete povere colpisce il 12,2% dei bambini, poiché solo 1 bambino su 5 riceve un’alimentazione adeguata e diversificata. Questa cifra è comunque inferiore alla media regionale del Medio Oriente e Nord Africa (pari a circa il 26%). Cosa stiamo dicendo? Che la malnutrizione nel resto del Medio Oriente è percentualmente molto più alta che a Gaza dove «i bambini pregano di morire così in Paradiso avranno di che cibarsi» secondo quell’attore che fa gli spot per la famosa ONG di cui sopra.

Cosa non dicono gli spot che chiedono soldi per i «bambini malnutriti di Gaza»

Non parlano mai dei Bambini soldato di Hamas, come se non esistessero. Certo, loro non sono malnutriti ma a 13 anni gli mettono un mitra in mano e li mandano in prima linea a combattere. Più carne da cannone buona per gli spot che combattenti.

Non dicono che gli aiuti umanitari vengono sequestrati da Hamas per essere rivenduti al mercato nero. Gli aiuti arrivano ma non vanno a chi dovrebbero. I bambini malnutriti lo sono perché non possono permettersi di comprarli da Hamas.

Secondo il WFP quindi l’ostacolo principale per la popolazione non è più la reperibilità fisica del cibo, ma il potere d’acquisto. Il 77% delle famiglie intervistate dal WFP denuncia l’impossibilità di accedere ai mercati a causa della mancanza assoluta di denaro contante.

Ma c’è un’altra cosa che nessuno dice mai: questa situazione potrebbe finire domani se Hamas consegnasse le armi e lasciasse che a governare la Striscia di Gaza fossero altri. Invece sembra sempre che la colpa di tutto questo sia di Israele. Menzogne dette sapendo perfettamente di mentire.

Vogliamo veramente aiutare questi bambini? Cominciamo con il dire la verità e a non mandare soldi a quelle ONG che speculano sulle loro sofferenze.

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Esperto di Diritti Umani, Diritto internazionale e cooperazione allo sviluppo. Per molti anni ha seguito gli italiani incarcerati o sequestrati all’estero. Vai al mio profilo completo