I Profeti del Web – Predicazione Islamica e Radicalismo Online nel XXI Secolo

by Salvatore Puleio
radicalismo online

Il radicalismo islamico, distinto dal terrorismo vero e proprio, è spesso (ma non necessariamente) segnato da una forte componente online; personaggi come Zakir Naik, Assim al Hakeem e Abdul Khodir Hasan Baraja rappresentano il desiderio e la capacità di costruire identità forti, controverse e capaci di mobilitare i musulmani intorno a idee condivise o condivisibili.

Il  Radicalismo Islamico

Il radicalismo islamico, fenomeno differente ma affine al terrorismo (che prevede il compimento o perlomeno la progettazione di attentati violenti contro i nemici percepiti), si sta profondamente trasformando nell’era digitale. I predicatori radicali, che propongono una versione di Islam ‘dura e pura’, spesso slegata dalle tradizioni locali, oppure ad esse opposta, rappresentano un fenomeno che non è legato ad ambienti ristretti, ma che si sta diffondendo presso un pubblico sempre più ampio grazie ai progressi tecnologici, con particolare attenzione per Internet e i social media.

Si tratta di un fenomeno globale, il cui scopo è quello di raggiungere un’audience sempre più ampia; l’uso della Rete e delle piattaforme social, in effetti, permette a persone il cui impatto sarebbe stato (più) limitato di trasmettere il loro messaggio anche a coloro che potenzialmente non sarebbero direttamente interessati. Per questa ragione, sono nate vere e proprie ‘celebrità’ online, con una base anche nel mondo reale, capaci di attrarre milioni di persone, tra cui simpatizzanti, semplici curiosi e anche, ovviamente, coloro che sono interessati al contenuto vero e proprio della predicazione nella sua dimensione religiosa.

Tra i Paesi più attivi, da questo punto di vista, si segnalano l’Arabia Saudita, l’Indonesia, l’Egitto e l’India; in questo articolo ho selezionato tre predicatori radicali, di cui due vantano milioni di followers sui canali social, e che esprimono molto bene questo fenomeno. In questo modo, diventa evidente la differenza che può fare Internet nell’ampliare e sostenere il radicalismo islamico, un’ideologia che alimenta odio e tensioni e che può essere fonte di ispirazione per atti terroristici veri e propri.

Zakir Naik

Zakir Naik
Zakir Naik

La prima figura scelta per questa breve rassegna è Zakir Naik, un medico nato a Mumbai (India) nel 1965, ma che non esercita più la professione medica, abbandonata per dedicarsi interamente alla predicazione islamica. Si tratta di una delle figure più note e controverse della galassia radicale; Naik ha fondato la ‘Islamic Research Foundation’ (IRF) nel 1991, allo scopo dichiarato di diffondere l’Islam, e successivamente il canale satellitare ‘Peace TV’, che trasmette in inglese, arabo e urdu. Sui social è presente su YouTube (c. 4.3 milioni di iscritti), Instagram (c. 500mila nel canale inglese, 400mila nel canale in Hindi), Facebook (24 milioni di followers) e X (c. 265 mila followers).

Dai numeri emerge chiaramente che la sua presenza online è considerevole, mentre gli eventi offline (nel mondo reale) sono limitati dai provvedimenti di diversi governi, che gli hanno negato il visto o l’ingresso/residenza. Tra i Paesi in cui Zakir Naik non può entrare (e soggiornare) figurano il Bangladesh, il Regno Unito, il Canada e lo Sri Lanka. Naik è inoltre fuggito dall’India nel 2016, in seguito ad un’inchiesta per riciclaggio di denaro e discorsi che incitano all’odio e alla radicalizzazione religiosa. Per questa ragione, dal 2016 egli risiede in Malesia, ma nel 2019 le autorità gli avevano vietato di tenere conferenze e eventi pubblici, nel timore che la sua predicazione radicale potesse ispirare atti di terrorismo e violenza religiosa. Recentemente (febbraio 2025), il Ministro dell’Interno malese ha dichiarato che il divieto era decaduto; in India, tuttavia, pende un processo a suo carico, e rende Naik, di fatto, un fuggitivo.

La sua predicazione, del resto, è decisamente controversa, e si basa sul contrasto netto delle religioni diverse dall’Islam, definite ‘false’, e, allo stesso tempo, sulla netta opposizione alle correnti islamiche più moderate, come il sufismo. In diverse occasioni, poi, si è espresso in termini derogatori contro l’Occidente e contro gli Stati Uniti d’America, sostenendo che ‘i musulmani dovrebbero essere tutti terroristi’.

Nel corso di una conferenza (probabilmente del 1998, e sicuramente anteriore al 2001), egli afferma testualmente,

Se bin Laden sta combattendo i nemici dell’Islam, io sono dalla sua parte. Se sta terrorizzando l’America—il terrorista, il più grande terrorista—io sono con lui. Ogni musulmano dovrebbe essere un terrorista. Il fatto è che se sta terrorizzando il terrorista, sta seguendo l’Islam.

Adrija Bose, 10 Times ‘Islamic Preacher’ Zakir Naik Proved That He Promoted Anything But Peace,10 Volte in cui il ‘Predicatore Islamico’ Zakir Naik ha provato di promuovere tutt’altro che la pace’, Huffington Post, 7 Luglio 2016

Altre dichiarazioni contro i più elementari diritti umani, poi, riguardano la possibilità di percuotere ‘gentilmente’ le mogli, in accordo, secondo lui, del diritto islamico, le punizioni islamiche (taglio delle mani e dei piedi, pena di morte per abbandonare l’Islam), o ancora la schiavitù sessuale. Insomma, sembra che la decisione di alcuni Paesi di vietare il suo ingresso o i suoi contenuti (sia social che televisivi) sia decisamente motivata.

In alcuni casi, poi, i terroristi hanno affermato di essersi direttamente ispirati ai suoi sermoni e alla sua visione dell’Islam per preparare gli attentati. Si tratta dell’attentato di Dhaka (Bangladesh) del 2016, e di quello di Colombo (Sri Lanka), del 2019; in entrambi i casi, almeno uno degli attentatori ha dichiarato di essersi ispirato proprio alla predicazione radicale, e talvolta violenta (nel senso che promuove la violenza) di Zakir Naik.

Il diretto interessato, ovviamente, ha sempre negato il legame diretto con questi episodi, ma è innegabile la sua co-responsabilità rispetto al terrorismo da cui egli non si è mai distanziato in maniera convincente.

Assim al Hakeem

Assim al Hakeem
Assim al Hakeem

Assim (o Aseem) al Hakeem è un’altra star di Internet, un predicatore saudita con un background ultra-conservatore di orientamento salafita (come Abdul Aziz bin Baz, l’ex gran muftì dell’Arabia Saudita). Al pari di Zakir Naik, egli esprime una predicazione radicale, promotrice indiretta della violenza e contraria ai più elementari diritti umani. La sua presenza sui social è notevole, e conta 1.35 milioni di  iscritti sul canale ufficiale di Youtube, 1.5 milioni di followers su Instagram e 480 mila followers su Facebook (pagina principale); a questo si aggiungono le presenze su canali satellitari come Peace Tv e Huda TV, note per la loro programmazione radicale.

Interessante, a tale proposito, è la sua attività di Q&A, basata su quesiti posti dagli utenti, a cui il ‘sapiente’ risponde con il suo responso; si tratta di un’attività significativa, pubblicata sia sul suo sito web ufficiale che sui suoi canali social, come YouTube. Ovviamente, non è prevista alcuna possibilità di replica, possibilità presente, invece, sebbene in maniera limitata, in alcuni eventi di Naik.

Assim si presenta dunque come un insegnante i cui insegnamenti non sono contestabili in alcun modo; alla domanda degli utenti segue una risposta, breve o più articolata, che avrebbe il valore di risposta definitiva. Assim presenta però un altro carattere non secondario, che a volte esprime direttamente nella sua predicazione, ovvero l’antisemitismo, ‘giustificato’ con il Corano e/o la Sunna (detti ‘profetici’).  Nella sua visione distorta, gli ebrei (non solamente i ‘sionisti’) sarebbero portatori di odio, specialmente verso i musulmani, e sono descritti come individui sleali, vendicatori e subdoli. Secondo questa visione, duque, gli ebrei sarebbero a capo di un complotto mondiale, un leitomotiv ben noto e consolidato della propaganda antisemita.

Al Hakeem, inoltre, ha espresso il suo favore per la punizione e rieducazione degli omosessuali, ma ne ammette anche la condanna a morte per apostasia, se essi ritengono che l’omosessualità sia permessa dall’Islam. Posizioni altrettanto intransigenti sono state espresse nei confronti delle donne, che non potrebbero aspirare a cariche pubbliche e che dovrebbero sempre essere accompagnate da un parente maschio quando escono o viaggiano.

Un accenno lo merita anche la sua visione della jihad, che non sarebbe solamente difensiva; in uno dei video che si potevano trovare sul sito web del predicatore, (ma ancora presente sul suo canale Youtube), e che viene riportato anche da MEMRI (Middle East Media Research Institute, Istituto per la Ricerca dei Media in Medio Oriente), Hakeem pronuncia queste parole,

La jihad è solo per la dawah (predicazione, ndr). Ecco perché quando i musulmani vanno a conquistare il paese adiacente, cosa facciamo? Li uccidiamo tutti? No. Il Profeta dice: ‘La prima cosa che devi fare è chiamarli all’Islam.’ Se lo accettano, lasciali. Fatto, sono musulmani, andiamo. Non vogliamo il tuo paese, non vogliamo la tua terra, non vogliamo la tua ricchezza. Se rifiutano, allora dite loro: ‘Allah vi ha obbligato a pagare la tassa, la jizya,’

e ancora,

Se rifiutano, allora dobbiamo combattere. E se combattiamo contro di voi, allora vi catturiamo, diventate nostri schiavi e prendiamo la vostra terra… Poiché rifiutate, vi do due buone opzioni. Questa è la forza dell’Islam. Ma oggigiorno dimenticatelo, forse nei prossimi 40-50 anni, quando i musulmani diventeranno forti, come dovrebbero essere, e saranno concentrati e orientati islamicamente. Ora non siamo orientati all’Islam. Siamo orientati verso il denaro. Vogliamo vivere comodamente, avere una buona macchina, avere una buona casa, avere un buon stipendio, e lasciare che tutti gli altri muoiano, non ci interessa (altro, ndr).

MEMRI, Saudi Islamic Scholar Sheikh Aseem Al-Hakeem: The Purpose Of Jihad Is To Spread Islam, Shari’a Law To Other Countries; Muslims Are Weak Now, But Will Grow Stronger In 50 Years (Archival), Il sapiente islamico saudita Sheikh Aseem Al-Hakeem: Lo scopo del jihad è diffondere l’Islam e la legge della Sharia in altri paesi; i musulmani sono deboli ora, ma diventeranno più forti tra 50 anni (Archivio), 25 Marzo 2016.

Per queste ragioni, un evento che era stato previsto in Canada nel mese di agosto del 2024 è stato annullato su richiesta di diverse associazioni, preoccupate dalla predicazione radicale del sapiente saudita, evidentemente in contrasto con i valori del Canada (e dell’Occidente), ed in particolare (ma non solo) con il concetto di tolleranza religiosa.

Abdul Qodir Hasan Baraja

La terza e ultima figura scelta per questa rassegna di predicatori radicali, a differenza dei due che sono stati analizzati in precedenza, non vanta alcuna significativa presenza online. Abdul Qodir Hasan Baraja, predicatore radicale indonesiano, è il fondatore (nel 1997) di Khilafatul Muslimin, ‘KM’, associazione chiusa e vietata nel 2023 dal governo indonesiano. KM, in effetti, ha subito la medesima sorte di Hizbut Tahrir Indonesia, anch’essa chiusa e messa al bando dal governo di Jakarta (nel 2017) per aver cercato di diffondere ideologie contrarie alla Pancasila, l’ideologia ufficiale dell’Indonesia.

Baraja, in particolare, è un ex-membro di Darul Islam (un altro gruppo islamista vietato dal governo indonesiano e definitivamente sconfitto all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso) e predicava la ricostituzione di un califfato, ma non si è limitato alle parole. Egli, mediante la rete costruita da KM, ha creato una sorta di Stato parallelo, di cui lui era il ‘califfo’. Khilafatul Muslimin aveva diverse sedi, di cui quella principale era a Bandar Lampung, nella parte orientale dell’Indonesia. Esistevano, poi, anche ‘uffici’ e ‘ministeri’ che, nel loro complesso, raccoglievano circa 14,000 persone nell’intero Paese, a cui venivano rilasciate della carte di identità particolari, usate ovviamente solo all’interno dell’organizzazione. Esiste ancora un canale Youtube, che conta meno di 900 iscritti, e una quarantina di video, in cui si possono ancora ascoltare alcune dei discorsi del fondatore. Quest’ultimo, insieme ai quadri dirigenti del gruppo, sta scontando una condanna a 10 anni di reclusione e una multa di 50 milioni di Rupie Indonesiane (circa 2600 Euro al cambio di luglio del 2025). Gli altri dirigenti di KM stanno scontando condanne comprese tra 5 e 7 anni di carcere, a cui si aggiunge una sanzione pecuniaria (sempre di 50 Milioni di Rupie).

Il caso di Baraja e di Khilafatul Muslimin è particolarmente interessante, in quanto, anche senza un seguito online significativo, questa persona è riuscita a creare un piccolo Stato parallelo che per decenni ha funzionato accanto alle legittime istituzioni indonesiane. Se si aggiunge anche il probabile legame con ISIS, a cui KM avrebbe prestato il giuramento nel 2015, il quadro diventa particolarmente preoccupante.

Il gruppo, del resto, è stato isolato dalle principali organizzazioni islamiche del Paese, come Nahdlatul Ulama e Muhammadiyah, a cui si è aggiunta anche la condanna del Majelis Ulama Indonesia (Consiglio dei Sapienti Islamici Indonesiani). Sembra, in effetti, che le indagini della polizia siano state avviate proprio in seguito ai numerosi reclami da parte della maggioranza delle associazioni islamiche, che si sono dissociate dalle richieste e dalle pratiche di Khilafatul Muslimin, chiedendo chiarezza alle istituzioni indonesiane.

Secondo quanto riportato da Tribrata News (organo ufficiale di informazione della Polizia di Stato indonesiana),

“Ci sono diverse norme di cui sospetta la violazione da parte di Khilafatul Muslimin, tra cui la legge sulle organizzazioni di massa, la legge ITE (informazioni e transazioni elettroniche, ndr) e la diffusione di notizie false che causano disordini nella comunità”, ha affermato il capo delle relazioni pubbliche della Polizia nazionale.

Tribrata News, Rekam Jejak Abdul Qadir Hasan Baraja dalam Jaringan Teror, Trascorsi di Abdul Qadir Hasan Baraja nella rete terroristica, 9 Giugno 2022.

Le indagini hanno poi accertato che il gruppo operava al di fuori della legalità indonesiana, e che cercava di sovvertire l’ordine repubblicano, anche se in maniera non violenta, attraverso la predicazione radicale e la creazione di un ‘micro-stato’ califfale all’interno del territorio indonesiano.

Una Galassia Radicale Eterogenea

I tre predicatori analizzati nell’articolo rappresentano molto bene le dinamiche del radicalismo islamico, che, prima ancora di essere online si nutre di un radicamento territoriale e di teorie accettate o accettabili dalla maggior parte dei musulmani. Anche se lo stile (e la sorte) dei tre predicatori è differente, si osserva come tratto comune una visione radicale e totalitaria di Islam, che viene proposta (esplicitamente o meno) come l’unico orizzonte possibile per i ‘veri’ musulmani.

Coloro che non accettano la visione proposta diventano automaticamente dei nemici (o loro collaboratori), da combattere e contrastare, ma non necessariamente in senso fisico. Anzi, la violenza (non necessariamente fisica) non viene mai predicata esplicitamente, ma suggerita implicitamente come legittimo mezzo per difendere la visione proposta, presentata come ‘verità assoluta’ e non negoziabile.

Si tratta di un format particolarmente appetibile in contesti segnati da una polarizzazione delle opinioni e dal desiderio di cercare un’identità forte e riconosciuta, attorno a figure che, in definitiva, sono solamente degli imprenditori più o meno abili di sé stessi.