Il programma balistico iraniano è ancora un serio pericolo. E Trump tentenna

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Franco Londei - Editor

Era stato detto che il programma balistico iraniano era pressoché distrutto dopo che gli americani avevano colpito 13.000 obiettivi legati al programma e oltre 4.000 ne avevano colpiti gli israeliani. Invece no e a dirlo è proprio l’esercito israeliano.

Secondo le Forze di Difesa Israeliane (IDF), nel corso delle circa sei settimane di combattimenti il programma balistico iraniano è stato solamente rallentato. Le robuste strutture sotterranee hanno permesso agli iraniani di salvare buona parte dei loro missili che al momento sono sepolti sotto tonnellate di macerie ma che, grazie alla tregua voluta da Trump, gli iraniani stanno celermente liberando insieme a decine di lanciatori.

Più si prolunga la tregua e più gli iraniani liberano i loro missili. Ieri li hanno fatti persino sfilare per le strade di Teheran, in una sorta di “presa in giro” degli americani e degli israeliani.

Scrive il Times of Israel che «sebbene Israele ritenga di aver inflitto danni significativi al programma di armamenti iraniano, recenti stime degli ufficiali dell’intelligence delle Forze di Difesa Israeliane indicano che l’Iran possiede ancora circa 1.000 missili balistici, rispetto ai circa 2.500 all’inizio della guerra, e che presto riacquisterà la capacità di ricostituire il proprio arsenale».

Questo continuo tentennare di Trump, oltre a dare l’impressione di non sapere cosa fare, sta favorendo la presa di potere dell’ala dura dei pasdaran che non vuole alcuna trattativa con Washington o al massimo vuole trattare alle loro condizioni.

Gli ultimi attacchi alle navi che hanno tentato di passare lo Stretto di Hormuz dimostrano che Teheran mantiene ancora una stretta ferrea sullo stretto, che le consente di aggravare le conseguenze sull’economia globale, nonostante le forze armate statunitensi abbiano colpito circa 13.000 obiettivi in ​​Iran e imposto un blocco navale. Questa mossa strategica conferisce all’Iran un vantaggio in qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti per porre fine alla guerra.

Consapevoli che hanno ancora molte carte da giocare, i duri dell’IRCG stanno dettando quindi i tempi dei colloqui mentre potenziano giorno dopo giorno i loro arsenali e fanno piazza pulita dei cosiddetti “moderati” più propensi a trattare.

Se le cose a Teheran non cambiano quello che al momento sembra pressoché certo è che gli iraniani non tratteranno sul loro programma nucleare, non tratteranno sul loro programma balistico spacciato per “difensivo”, non tratteranno sull’uranio altamente arricchito. Tratteranno solo sulla riapertura di Hormuz a condizione però che gli israeliani fermino l’offensiva contro Hezbollah in Libano.

La cosa davvero irritante per chi ama la democrazia e odia i regimi, è che a vederla così ad avere più carte in mano, per dirla come Trump, sono proprio gli iraniani. Non tanto forse per il programma balistico ancora in grado di far male, quanto piuttosto perché con pochi barchini, qualche decina di mine e qualche centinaio di droni possono tenere chiuso lo Stretto di Hormuz per tutto il tempo che vogliono e condizionare l’economia mondiale a loro piacimento.

Ora, gli indefessi difensori di Donald Trump diranno che la sua è una strategia, che il Presidente americano ha tutto sotto controllo. Sarà… intanto questa mattina si è dimesso il Segretario della marina, John Phelan, e lo ha fatto sbattendo la porta nel pieno di un conflitto che sta condizionando l’intero pianeta. Più che sotto controllo temo che la situazione gli stia sfuggendo di mano con il rischio, serio, che davvero a Teheran si ritrovino con le chiavi dell’economia mondiale in mano.

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Esperto di Diritti Umani, Diritto internazionale e cooperazione allo sviluppo. Per molti anni ha seguito gli italiani incarcerati o sequestrati all’estero. Vai al mio profilo completo