Premesso che continuo a ritenere che Benjamin Netanyahu abbia sbagliato quando ha ceduto per la prima volta alle pressioni di Steve Witkoff e ha concesso una tregua ad Hamas, una tregua che sebbene abbia permesso la liberazione di diversi ostaggi, ha fatto in modo che Hamas (ri)consolidasse il suo potere a Gaza e allo stesso tempo iniziasse a ricostituire i suoi ranghi con l’immissione di migliaia di ragazzini.
Non pago, sempre su pressione di Witkoff, ha concesso tregua anche a Hezbollah proprio nel momento in cui stava veramente capitolando, molto più di quanto non sia capitolato allo stato attuale delle cose.
Comprendo poco anche la politica che il Governo Netanyahu sta tenendo a Gaza. Mi sembra del tutto inconcepibile che uno stato moderno con un esercito moderno, non riesca a organizzare una semplice e sana distribuzione di viveri e beni essenziali per la popolazione. Non succede nemmeno nell’Africa profonda e afflitta da sanguinosissimi conflitti.
Ora, tutto ciò premesso e ribadendo che dopo averlo difeso per venti lunghi anni, considero l’era Netanyahu decisamente conclusa per manifesta incapacità a chiudere almeno un paio di conflitti (Hamas ed Hezbollah) e a terminare il lavoro in Iran, anche in questo caso fermato dall’aspirante Premio Nobel per la pace, Donald Trump, ebbene, oltre a ribadire quello che vado dicendo da mesi, e cioè che Donald Trump non sia affatto amico di Israele (se lo fosse a quest’ora a Fordo ci sarebbe un immenso cratere, non due forellini) credo che sia arrivato il momento per Israele di (ri)cominciare a pensare al futuro.
Ieri l’agenzia di rating internazionale Moody’s è stata impietosa con la situazione economica di Israele, una situazione legata a doppio filo con i rischi geopolitici derivanti principalmente dal non aver chiuso i conti con Hezbollah e con l’Iran che rimangono i due rischi maggiori per lo Stato Ebraico.
D’altro canto la guerra con Hamas non costa carissima solo in termini di vite umane e di costi vivi, costa tantissimo perché il continuo richiamo di riservisti toglie mano d’opera e cervelli all’economia israeliana. La “startap nation” non c’è più, almeno per il momento.
Sempre Moody’s ci dice infatti che il rapporto debito/PIL di Israele salirà al 75% nel medio termine, un cambiamento significativo rispetto alle previsioni precedenti alla guerra con l’Iran, che si attestavano al 70%. Non per niente la previsione più pessimista è dovuta all’aumento della spesa per la difesa e al danno alla crescita economica.
Ora, cosa ci si aspetterebbe da un leader lungimirante che pensi solo al bene del Paese dopo anni di guerra? Prima di tutto che fermi i combattimenti dove non c’è quasi più niente da combattere e dia voce alla politica.
Parliamoci chiaro, la situazione di Gaza oltre ad essere vergognosa per una democrazia qual è Israele, è anche un terreno fertilissimo per la conservazione e la rinascita di Hamas. Si mettano via le idee di mirabolanti deportazioni di massa sotto le mentite spoglie di “trasferimenti volontari”. Si mettano via le idee di ghettizzare la Striscia di Gaza e di occuparne una parte magari a macchia di leopardo come avviene in Cisgiordania. Ci si impegni seriamente a trovare una controparte politica che non sia l’Autorità Palestinese, la si instauri e la si aiuti – come si fa con la polizia palestinese in Cisgiordania – a mantenere l’ordine e la legalità.
La Striscia di Gaza è poco più di 360 Kmq, appare francamente inspiegabile come uno Stato moderno quale quello israeliano non riesca a normalizzare la situazione e a recuperare gli ostaggi rimasti. A meno che non lo si voglia. A meno che Netanyahu e la sua combriccola non lo vogliano.
È ora che Israele partorisca soluzioni, politiche o militari che siano, per Gaza, Hezbollah e Iran, soluzioni che vadano bene per Israele non per Netanyahu, per Witkoff o per Trump. È ora che Israele torni a essere la “startap nation” che era prima del 7 ottobre 2023.
