Middle East

Sud di Israele: una vita sotto i missili

Le sirene suonano sinistre ad Ashkelon, nel sud di Israele. Da Gaza hanno lanciato l’ennesimo missile di questo inizio di estate che, come gli altri anni, si prevede caldissima e non certo per il tipico caldo di questa zona. La gente corre nei rifugi, donne con bambini, uomini, anziani. Il tempo per mettersi al riparo è pochissimo, massimo un minuto e il missile piomberà sulle loro teste.

Questa è la scena che si poteva vedere ieri sera intorno alle 9,45 (ora locale) ad Ashkelon, una scena che qui tutti sono abituati a vedere perché ad Ashkelon vivono sotto i missili di Hamas. Che poi sia un altro gruppo a rivendicare il lancio, come è successo ieri sera, cambia poco. A Gaza non si muove nulla senza che Hamas sappia e approvi.

Per fortuna il missile cade in una zona aperta e disabitata, ma non sempre è così. Questa volta si può uscire dai rifugi e tornare a casa senza dover contare vittime e danni ma altre volte neppure Iron Dome è riuscito a intercettare tutti i missili sparati da Gaza. «Ci risiamo» ci dice Shaoul ad allarme cessato mentre alle sue spalle una coppia di giovani con un bambino in fasce corre presumibilmente verso casa. «Fino a quando il Governo non si deciderà a risolvere una volta per tutte la questione Hamas siamo condannati a vivere in questo modo, a fare una vita sotto i missili».

Questa notte, in risposta al lancio del missile su Ashkelon, l’aviazione israeliana ha colpito obbiettivi militari nel nord della Striscia di Gaza, ma è solo un palliativo. Tutti nel sud di Israele sanno che non saranno pochi raid mirati a fermare i terroristi che continueranno a lanciare missili e a scavare tunnel per uccidere cittadini israeliani. Sono loro, i cittadini del sud di Israele, ad essere l’obbiettivo dei terroristi e vivere con questa consapevolezza non è certo una cosa che si possa augurare a nessuno. Sarebbe bello che alcuni diplomatici europei o qualche pacivendolo venisse a vivere per qualche settimana da queste parti dove basta poco, appena uno sguardo, per capire cosa significa vivere sotto i missili e sotto la continua minaccia di attentati terroristici.

In una dichiarazione data alla stampa dopo il lancio del missile di ieri sera, l’ex capo del Consiglio regionale di Eshkol, Yesh Atid MK Haim Yellin, ha detto che «l’operazione Margine Protettivo non è affatto finita» criticando fortemente il Premier Netanyahu che, a detta di Yesh Atid MK Haim Yellin, «è troppo impegnato a distribuire poltrone di Governo e a ricostruire Gaza senza però disarmarla. Non è così che si guida un Paese, non è così che si proteggono i propri cittadini». La critica di Yesh Atid MK Haim Yellin rivolta al Governo non è una voce isolata nel sud di Israele, in molti pensano che il governo li giudichi “cittadini di serie B”. Zeev, un giovane barista di Ashkelon, ci dice che vorrebbe vedere se i missili cadessero su Tel Aviv come reagirebbe il Governo. E’ chiaro come il sole che nel sud di Israele tutti (o quasi) la pensano allo stesso modo: Israele non doveva fermare l’operazione Margine Protettivo senza prima aver regolato i conti con Hamas. «Questa non è vita – dice ancora Zeev – si aspetta solo la prossima guerra, la prossima salva di missili. E non è una ipotesi, è una certezza. Non possiamo avere solo un breve periodo di pace tra una guerra e l’altra, tra un missile e l’altro. Il Governo lo deve capire che questa non è vita».

Intanto a seguito del lancio del missile di ieri sera il Ministro della Difesa, Moshe Ya’alon, ha ordinato la chiusura di tutti i valichi con Gaza e ha detto chiaramente di ritenere Hamas responsabile di tutto quello che avviene nella Striscia di Gaza. Ma per la gente del sud di Israele non è più sufficiente, qui chiedono una soluzione definitiva che possa permettere a queste persone di vivere sempre normalmente e non solo tra una guerra e l’altra, tra un missile e l’altro.

[glyphicon type=”user”] Scritto da Sarah F.

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3 Comments

  1. Al di là della dovuta solidarietà nei confronti dei cittadini israeliani sotto tiro, che comunque va sempre espressa, mi sembra che della situazione in quella zona si parli e si informi complessivamente a spizzichi.
    Mi piacerebbe per esempio sapere di più , se fosse possibile, se davvero è stato installato un valido sistema sensore per rilevare la presenza di tunnel in costruzione.
    E’ vero che questa informazione è già stata data da RR e da nessun altro, che mi risulti.
    Se possibile , mi piacerebbe saperne di più, tranne che non ci siano stringenti ragioni di riservatezza, che impediscano anche a RR di saperne di più.
    Così come mi piacerebbe sapere se, quando vengono scoperti materiali proibiti in transito per Gaza, si riesce a scoprire chi è il mittente che li manda, impedendogli di proseguire nella sua attività ed eventualmente se vengono presi dei provvedimenti anche nei confronti dei corrieri.
    Un’altra curiosità riguarda i circuiti finanziari attraverso cui arrivano dei fondi ad Hamas da parte per esempio dell’Iran o del Qatar.
    E’chiaro che questi circuiti potranno pure per loro natura aggirare il blocco, ma non è chiaro come i relativi fondi possano davvero essere utilizzati nel procurarsi materiali vari di guerra che- data la loro materialità- non potranno certo passare via web.
    A meno che praticamente tutti, ma proprio tutti, i materiali in questione abbiano anche un possibile uso civile.
    Il che spiegherebbe qualcosa.
    Tuttavia sarebbe sempre possibile commisurare i fondi ufficialmente stanziati da terzi per la ricostruzione e l’entità per quantità e tipologia del materiale importato e usato per fini legittimi.
    Non pretendo naturalmente che RR abbia una banca dati così fornita.
    Certo che se si avessero queste informazioni, sarebbe anche più facile fare emergere, dati alla mano, le complicità internazionali di soggetti vari e “insospettabili” nel riarmo di Hamas, al di là di quello che già si sa per esempio sull’UNRWA e su varie ONG.

    1. Beh, se in Italia non hanno parlato del sistema ideato dalla Elbit Systems non è colpa nostra ma dei giornalisti italiani che non fanno il loro dovere. In Israele se ne è parlato a partire da Yediot Ahronot fino ai più piccoli organi di informazione. Ma anche all’estero ne hanno parlato come il sito americano The Algemeiner e diversi altri. Detto questo è difficile sapere a che punto è o se è definitivamente operativo, l’IDF è molto discreto (giustamente) su questo.
      Sui materiali proibiti nel 80% dei casi sono “camuffati” da aiuti internazionali e non sempre è possibile risalire alla “vera fonte”
      Più complesso è invece il discorso in merito ai circuiti finanziari che alimentano il terrorismo. Il realtà il termine è unico, cioè ZAKAT, ovvero la cosiddetta “beneficenza islamica” che ruota attorno al complesso mondo della banche islamiche sulle quali è pressoché impossibile imporre una forma di controllo e che usano lo Zakat proprio per finanziare i gruppi terroristi (non solo Hamas). Ma di questo ne parleremo più approfonditamente in un futuro molto prossimo

  2. Credo che Israele, debba immediatamente distruggere il luogo di partenza dei ‘razzi’ di Hamas. Inoltre, nell’eventualità che un razzo colpisca una casa in territorio israeliano, l’Idf dovrebbe colpire una casa in Gaza. Possibilmente una villa faraonica dei capi di Hamas.

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