Scritto dalla Dott.ssa Sofey Saidi
Mentre le tensioni intorno all’Iran si inaspriscono, una corrente di pensiero sempre più diffusa suggerisce che la Repubblica Islamica stia entrando in una fase di militarizzazione più palese, con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) che assume una maggiore influenza sul processo decisionale politico. Alcuni osservatori hanno iniziato a interpretare questi sviluppi come una svolta verso un governo guidato dai militari.
Questa interpretazione trascura ciò che sta guidando tale cambiamento.
Anche supponendo che l’espansione del ruolo dell’IRGC sia reale, essa non è principalmente una risposta a un conflitto esterno o alla prospettiva di una guerra con gli Stati Uniti. Riflette qualcosa di più fondamentale: la crescente dipendenza del regime dal potere coercitivo per gestire il dissenso interno e la sua legittimità in declino.
I sistemi autoritari non si militarizzano solo per affrontare minacce esterne. Lo fanno per mantenere il controllo all’interno del Paese.
Nelle ultime settimane, le esecuzioni si sono intensificate, compresi i casi che coinvolgono individui identificati come membri del MEK, uno dei gruppi di opposizione organizzati di lunga data del regime. Queste esecuzioni si sono verificate a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, anche mentre le tensioni esterne dominano i titoli internazionali, come riportato in un recente articolo di Reuters. Questo schema indica un sistema che intensifica la repressione interna proprio nel momento in cui è impegnato in un confronto esterno.
Se la militarizzazione riguardasse principalmente la difesa esterna, ci si aspetterebbe che il regime si consolidasse politicamente e riducesse gli attriti interni durante un periodo di accresciuto rischio esterno. Invece, ciò che vediamo è una continua pressione interna, fratture visibili all’interno dell’élite politica e un ruolo sempre più ampio delle istituzioni di sicurezza nella gestione dell’instabilità interna.
Questo non sembra un passaggio sicuro verso un nuovo modello di governo. Riflette un sistema sotto pressione.
L’idea che l’Iran si stia muovendo verso una forma di governo militare presuppone un livello di coerenza che non riflette la struttura della Repubblica Islamica. L’IRGC è profondamente radicato nel sistema politico ed economico iraniano, ma non esiste al di fuori di esso. La sua crescente visibilità non segnala un netto trasferimento di potere dai religiosi ai generali. Piuttosto, riflette la crescente dipendenza del regime dalle istituzioni coercitive man mano che altre fonti di autorità si indeboliscono.
Allo stesso tempo, una narrativa parallela continua a plasmare gran parte del dibattito mainstream: nonostante le crescenti pressioni, il regime rimane resiliente, capace di adattarsi alla crisi e di riaffermare il controllo. Presi insieme, questi due racconti, uno che enfatizza la militarizzazione e l’altro la durata, condividono un presupposto comune: che la storia principale in Iran sia ciò che accade ai vertici.
Tale presupposto trascura la dinamica centrale che plasma l’Iran di oggi.
Negli ultimi anni, il Paese ha vissuto ripetute ondate di protesta, una crescente sfida sociale visibile in cicli di protesta ricorrenti e un divario sempre più ampio tra lo Stato e ampi segmenti della popolazione. Queste pressioni non sono scomparse all’ombra del confronto esterno. Semmai, si sono intensificate. La crescente dipendenza del regime dagli strumenti coercitivi riflette uno sforzo continuo per gestire queste sfide interne, non un passaggio sicuro verso un nuovo ordine politico.
Inquadrare la traiettoria dell’Iran come un passo verso il regime militare rischia di fraintendere questa realtà. Suggerisce una trasformazione laddove il sistema potrebbe in realtà frammentarsi. Interpreta come consolidamento ciò che potrebbe essere un’erosione graduale. Ancora più importante, mette in secondo piano il ruolo della società iraniana come forza politica attiva.
Se si vuole prendere sul serio il popolo iraniano come attore politico, l’analisi deve andare oltre il semplice monitoraggio dei cambiamenti all’interno del regime e orientarsi verso la comprensione delle forze che agiscono su di esso. La questione non è se l’Iran stia diventando più militarizzato, ma perché il sistema dipenda sempre più dalla militarizzazione per governare.
Il futuro dell’Iran non sarà determinato esclusivamente dall’equilibrio tra religiosi e generali, ma sarà plasmato dalle pressioni che stanno già mettendo alla prova entrambi.
