Cambio di regime in Iran? Si, ma attenti a quale resistenza appoggiare

Quando si parla di “cambio di regime in Iran” come alternativa agli Ayatollah spunta sempre il nome del MEK. Ma non è quello che vogliono gli iraniani e di sicuro non è la soluzione giusta

Maryam Rajavi incontra Abu Mazen

L’ex parlamentare europeo Jim Higgins propone da anni una politica della UE volta a favorire un cambio di regime in Iran piuttosto che pressioni economiche che immancabilmente colpiscono i più deboli.

In una intervista rilasciata a diversi media Jim Higgins sostiene che l’Europa dovrebbe tenere in seria considerazione un ampio sostegno alla cosiddetta “resistenza iraniana”, l’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano (PMOI o MEK), come alternativa immediata ad un eventuale cambio di regime in Iran, anche se non è ben chiaro quale sia la sua strategia per arrivarci.

Ancora una volta, purtroppo, ci troviamo di fronte a ragionamenti senza un piano ben preciso e, soprattutto, senza tenere in minimo conto il popolo iraniano che dei Mojahedin del popolo proprio amico non è.

Ne avevo già parlato diverso tempo fa in polemica con l’ex Ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, al quale va comunque tutta la mia stima.

Considerare l’organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano come “l’unica resistenza iraniana” è assolutamente sbagliato.

Nonostante sventolino la “bandiera” di un supposto progressismo con una Presidente donna, Maryam Rajavi, il MEK rimane una organizzazione profondamente legata alla loro ideologia natale, non dissimile da quella degli Ayatollah con i quali erano alleati ai tempi della rivoluzione islamica.

I giovani iraniani, unica speranza per un cambio di regime in Iran, non amano il MEK. Ne conoscono la storia e non l’apprezzano. Di certo non vorrebbero uscire da un regime islamico totalitario per entrare in un altro regime islamico seppure, a parole, meno integralista.

Molti giovani iraniani sognano una democrazia seria e reale, con votazioni senza vincoli per poter eleggere da soli i propri rappresentanti. Non vogliono un altro regime non eletto che sostituisca gli Ayatollah e magari imposto dall’alto.

Non funziona così. O meglio, non funziona come vorrebbero Jim Higgins e altri politici europei che la pensano come lui.

Il regime iraniano (e non solo) considera il MEK un gruppo terrorista. È plausibile, hanno compiuto diversi attentati in Iran e durante la guerra tra Iraq e Iran combattevano a fianco di Saddam Hussein.

Quasi ogni famiglia iraniana ha un morto in casa a causa di quella guerra e non dimenticano l’appoggio del MEK a Saddam. E ora gente come Jim Higgins vorrebbe “imporre” agli iraniani un Governo del MEK al posto di quello degli Ayatollah.

Qualcuno sostiene che questa sia «l’unica resistenza iraniana organizzata». Forse è vero, in Iran non c’è (ancora) una vera resistenza organizzata, o almeno non è noto che ci sia. Ma nel caso (improbabile per ora) che ci fosse un cambio di regime a Teheran, non si può scavalcare a piè pari il popolo iraniano imponendo dall’alto un governo di una organizzazione invisa alla maggioranza degli iraniani.

Si vuole veramente investire denaro e risorse per un cambio di regime in Iran? Bene, si organizzi una resistenza interna degna di questo nome, qualcosa che parta dai giovani iraniani e non da una organizzazione che da decenni vive e prospera all’estero e che, come detto, non è amata come in molti ci vorrebbero far credere.

Per usare una frase tanto cara a Donald Trump, gli iraniani prima di tutto.

Certo, non è una cosa che puoi organizzare dall’oggi al domani. Con il Movimento Verde, che poteva davvero essere l’avanguardia della resistenza iraniana, si è persa un’occasione d’oro. Invece di abbandonarli al loro triste destino, quei ragazzi andavano supportati con ogni mezzo.

Altro che MEK, altro che Mojahedin del popolo iraniano. Loro stavano iniziando una vera resistenza. E sono stati abbandonati, ignorati da tutti.

E ora si torna alla carica con questa opaca (a dir poco) organizzazione con sede a Parigi.

Vogliamo veramente aiutare gli iraniani a liberarsi degli Ayatollah? Allora facciamolo seriamente partendo dai giovani iraniani. Ci vorrà del tempo, è vero. Ma almeno per una volta abbatteremo un regime e costruiremo una democrazia, non un nuovo regime.