Donne e bambini dell’ISIS nel campo di al-Hol. Un inferno in terra

La comunità internazionale non può più continuare a lasciare la gestione del campo di al-Hol ai soli curdi. Serve una azione congiunta che permetta alle donne dell’ISIS e ai loro figli di rientrare nei loro paesi di origine

Donne dell'ISIS nel campo di al-Hol. Immagine di Immagine: Mutlu Civiroglu

La giornalista curda Mutlu Civiroglu circa un mese fa aveva definito il campo profughi di al-Hol, nella parte nord orientale della Siria, una “bomba a orologeria”, lanciando un allarme e una accorata richiesta di aiuto alla comunità internazionale.

Da allora non solo nulla è accaduto ma la situazione è decisamente peggiorata.

Il campo profughi di al-Hol, gestito dalle SDF curde, doveva essere un “ricovero temporaneo” per le donne dell’ISIS e per i loro bambini in attesa di capire quale fosse il loro destino. Nel giro di pochi mesi alle donne dell’ISIS si sono aggiunti profughi siriani e iracheni portando la capienza del campo da 20.000 unità a circa 80.000 diventando, appunto, un vero inferno.

Nei giorni scorsi le SDF hanno permesso ad alcuni giornalisti di entrare nel campo allo scopo di interrogare i profughi e documentare la loro situazione al fine di fare pressione sulla comunità internazionale affinché si decidesse finalmente su cosa fare di queste donne e bambini.

Il campo di al-Hol è diviso in due da un recinto di rete metallica. Da un lato vivono le cosiddette famiglie dell’ISIS, in maggioranza donne e bambini fuggiti dalle zone di combattimento, molte delle quali non per loro spontanea scelta ma costrette dai loro uomini per non rimanere uccise nei combattimenti. Dall’altro lato vivono siriani e iracheni che possono anche uscire dal campo.

Campo di al-Hol, Siria. Cancello di divisione. Foto di Mutlu Civiroglu

In totale le famiglie dell’ISIS compongono circa la metà dei profughi ospitati nel campo, circa 40.000 unità, il 90% dei quali donne e bambini.

Molte di loro provengono da paesi lontani. Tantissime dall’Indonesia, dalla Cecenia, dal Daghestan e da altre ex repubbliche russe. Alcune sono europee e addirittura americane. Poi ci sono egiziane, siriane, irachene e persino azere.

L’altra metà dei profughi sono siriani e iracheni non appartenenti allo Stato Islamico ma fuggiti dai combattimenti e in attesa di rientrare alle loro città o villaggi.

La Luna Rossa curda e l’UNHCR gestiscono il campo in collaborazione con la Croce Rossa Internazionale, ma non hanno abbastanza viveri e medicinali per tutti.

La situazione igienica è del tutto fuori controllo. Di giorno fa caldissimo e le acque reflue del campo, che sono a cielo aperto, producono un odore insopportabile. I Bambini giocano praticamente in mezzo a questi veri e propri torrenti di liquami.

Visitando la parte del campo dedicata alle famiglie dell’ISIS si incontrano moltissime donne che indossano il burqa. Quasi nessuna di loro è pentita delle loro scelte.

Passi tra di loro e le senti maledirti, insultarti, darti della svergognata perché non indossi nemmeno un velo.

Alcune, pochissime, ti dicono che vogliono rientrare nei loro paesi di origine, a costo di finire in prigione, ma vorrebbero che i loro figli non crescano in campo profughi tra malattie e sporcizia. Tuttavia la maggioranza di loro, specie quelle che hanno i mariti imprigionati dai curdi, non intendono allontanarsi dai loro uomini.

Il portavoce delle SDF ci spiega che i curdi non riescono a far fronte a tutte le necessità di cui abbisognano queste persone. I medicinali arrivano con il contagocce, così come i viveri.

E poi non sanno come fare per rimpatriare le donne dell’ISIS e i loro bambini. I paesi di provenienza non le rivogliono lasciando la “bomba ad orologeria” in mano ai curdi che devono occuparsi anche degli uomini catturati, in totale circa 7.000 unità, tenuti imprigionati separatamente.

I bambini

Campo di al-hol. Foto di AFP

Vedere i bambini, molti dei quali sotto i 12 anni, giocare in mezzo alla polvere e ai liquami fa impressione. Nessun bambino dovrebbe vivere in queste condizioni a prescindere da quello che hanno fatto i loro genitori.

Ti vengono incontro quasi gioiosi e ti chiedono qualcosa da mangiare, poi le loro mamme li richiamano e fuggono veloci come schegge chiudendosi nelle loro tende, dei forni di giorno, dei freezer di notte.

Non si possono fare riprese o scattare fotografie, tutto viene gestito dalla comunicazione delle SDF che distribuiscono foto del campo. Non si possono nemmeno intervistare le donne anche se questa limitazione viene facilmente superata con quelle poche donne disposte a parlare che, come una litania, chiedono di poter tornare con i loro figli nei Paesi di origine.

Lo ripeto, i bambini non hanno colpe per gli atti compiuti dai loro genitori e nessun bambino dovrebbe vivere così.

La comunità internazionale resta immobile

La visita organizzata dalla SDF voleva fare in modo che la stampa facesse pressione sulla comunità internazionale affinché si prendesse in carico la soluzione di questo problema che ormai i curdi non riescono più a gestire. Aumentano i bambini malati e addirittura morti. Nei giorni precedenti sono morte almeno due donne, una delle quali era incinta al sesto mese. L’UNHCR e la Mezza Luna Rossa curda denunciano la mancanza dei beni essenziali. Sfoltire la popolazione del campo diventa quindi una esigenza non più rinviabile.

Ma per fare questo serve che i paesi d’origine di queste donne si prendano in carico il problema facendole rientrare, cosa che al momento appare lontanissima.

Serve quindi che la Comunità internazionale studi un piano programmato e si accordi con i paesi di origine delle “donne dell’ISIS” che permetta almeno ai bambini di crescere in un ambiente che non sia questo e che sia lontano dall’ideologia dell’ISIS. Non è una buona idea farli crescere pieni di odio e comunque è inumano far loro pagare gli errori dei genitori.