Ha destato sconcerto la notizia diffusa da Axios secondo la quale l’Amministrazione americana di Donald Trump avrebbe duramente redarguito il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per l’omicidio mirato del comandante di Hamas, Raad Saad.
«Se vuoi rovinarti la reputazione e dimostrare che non rispetti gli accordi, accomodati pure, ma non ti permetteremo di rovinare la reputazione del presidente Trump dopo che ha mediato l’accordo a Gaza» avrebbero detto alti funzionari della Casa Bianca (Rubio, Witkoff e Kushner) a Netanyahu definendosi anche «incazzati» per le decisioni «intransigenti» del Premier israeliano.
Ora, cerchiamo di chiarire alcuni punti con i quali, credo, concorderanno anche i miei amici trumpisti:
- Nessuno a Gerusalemme ha chiesto a Trump di mediare qualsiasi cosa per nome e per conto di Israele, meno che meno una tregua con Hamas ormai intrappolato nei tunnel di Khan Younis, Gaza City, e Rafah. Nei fatti quella tregua, imposta da Trump con il ricatto a Israele, ha salvato Hamas e vanificato anni di guerra.
- L’uccisione mirata di Raad Saad non solo era legittima, ma metteva fine ad una vera violazione da parte di Hamas degli accordi di cessate il fuoco mediati da Trump, in quanto Saad stava ricostruendo le Brigate Ezzedin al-Qassam, un controsenso per una organizzazione che, sempre secondo il cessate il fuoco negoziato da Trump, avrebbe dovuto consegnare le armi e quindi disarmare. Però gli “alti funzionari della Casa Bianca” non sembrano essersi detti «incazzati» per questo.
- Gli accordi tra Trump, Arabia Saudita e Qatar riguardano esclusivamente il Presidente statunitense e i due regimi del Golfo. Israele non può essere condizionato nella sua politica estera da tali accordi. Lo stop alle operazioni nel sud del Libano e sull’Iran sono stati invece imposti dall’Amministrazione Trump proprio a causa di tali accordi e sempre sotto ricatto. Decisioni che hanno vanificato anni di guerra e successi clamorosi da parte di Israele.
- Il discorso fatto al punto 3 vale anche e soprattutto per la Siria. Accordi tra Trump e Mohammad bin Salman, o tra Trump ed Erdogan sulla “normalizzazione” della Siria non possono essere presi senza tenere in considerazione le esigenze di Israele. In sostanza, Trump non può imporre a Gerusalemme una normalizzazione con Damasco né può imporre alcun ritiro israeliano, specie perché a giudicare da certi video la Siria è ben lontana dall’essere sulla strada della normalizzazione.
Israele non è sacrificabile agli interessi statunitensi o della famiglia Trump. Ha già sacrificato sin troppo interrompendo l’offensiva su Gaza e, soprattutto, quella sull’Iran.
Se Trump e soci sono «incazzati» perché Israele ha fatto il suo dovere con il comandante di Hamas, beh, se ne dovranno fare una ragione, anche in previsione del fatto che la tregua con Hamas è destinata comunque a fallire visto che il gruppo terrorista rifiuta il disarmo.
Una cosa è certa: non è Netanyahu o Israele a rovinarsi la reputazione. Gli americani prima di parlare di Israele dovrebbero guardare in casa loro.

