La Flotilla pro-Pal (Hamas) di Greta
Chissà se Greta Thunberg, al comando della Flotilla pro-Pal, è a conoscenza del caso Regeni (Egitto), quello dello studente Patrik Zaki (Egitto), quello di Alesksei Navalny (Russia), delle morti per armi e per fame nel Sudan, Delle donne picchiate e uccise in Afganistan, degli omosessuali impiccati in Iran o della rivolta di Tian An Men sedata nel sangue nel 1989 (Cina). Se mai ne fosse al corrente dovrebbe anche riflettere sul fatto che simili tragedie nello Stato democratico di Israele non sarebbero accadute, non accadono e non accadranno mai.
Ma i fatti non contano
Dalle nostre parti, qua nel Vecchio Continente, in Europa, si guarda con tanta stima e comprensione a quelle zone del mondo che non conoscono la democrazia e che nutrono un palese disprezzo per essa.
Il demenziale rifiuto della propria storia, declamato anche da molti accademici post sessantottini, ha partorito quel mostriciattolo ideologico che è il politicamente corretto. Tale aborto non sa che farsene della storia stessa e men che meno dell’oggettività dei fatti in essa contenuti.
Eccolo il fantomatico Leviatano di Hobbes, non è uno Stato civile e nemmeno ecclesiastico, no, oggi esso è pensiero viziato, inscatolato in una confezione ideologica totalmente astrusa dalla realtà.
È così che l’aggredito lo si trasforma in aggressore, il terrorismo in eroica resistenza e la vera resistenza in bieco terrorismo. È così che coloro che sono i portatori di una cultura che nega ogni libertà, impicca gli omosessuali, valuta la donna alla stregua di un cammello e considera tutto il resto del mondo un bacino d’anime da convertire con la forza al proprio credo vengono considerati le povere vittime dell’Occidente cattivo.
Si, siamo stati colonizzatori e abbiamo fatto anche cose di cui non esser fieri ma poi abbiamo smesso e da 80 anni viviamo in nazioni democratiche nelle quali vigono il mercato libero e competitivo, democrazie rappresentative e competitive. Abbiamo il paradiso in terra? Certo che no, siamo pieni di acciacchi da curare ma la medicina non potrà mai essere il comunismo o l’islamizzazione di massa.
Lo Stato di Israele incarna una democrazia compiuta e ciò non è affatto smentito da un governo di destra, quello di Netanyahu, come lo era quello di Ariel Sharon che nel 2005 si ritirò dalla Striscia di Gaza lasciando liberi i suoi abitanti di scegliersi una propria direzione politica e abbiamo visto cosa hanno scelto…
Israele e il paradigma occidentale
Non credo sia banale chiedersi se il rifiuto dell’esistenza dello Stato di Israele lo si debba inserire in una cornice psicopolitica che passa dall’antisionismo e, allo stesso tempo, lo supera. L’antisemitismo di oggi non è del tutto sovrapponibile a quello del ventesimo secolo, il primo si nutre di ulteriori elementi.
Il mondo, fino alla fine del secondo conflitto mondiale non aveva sperimentato veramente il concetto di autodeterminazione dei popoli, il liberalismo politico con il conseguente liberismo economico e il benessere che ha portato anche per i paesi più arretrati.
La guerra fredda fra il Patto Atlantico e quello di Varsavia ha fatto sì che il mondo si trovasse diviso in due schieramenti definiti e compatti. Poi è giunto il crollo dell’URSS sancendo la vittoria del Patto Atlantico e molte economie sofferenti del sud del mondo, anche con l’affermarsi della globalizzazione, hanno superato, almeno in parte, le loro grandi difficoltà socio-economiche.
Dalla sua nascita lo Stato di Israele ha sposato la concezione democratica, liberale e liberista del mondo partecipandovi con grande intelligenza e grandi risultati politici, sociali ed economici e questo non è piaciuto affatto al totalitarismo sovietico.
Ecco che l’ebreo non è più quel derelitto eterno ospite d’ogni terra, l’ebreo ha uno stato e che stato: economicamente florido, autosufficiente e militarmente forte come pochi.
L’assunzione del paradigma politico, sociale ed economico dell’Occidente liberale e liberista ha permesso all’odiato ebreo un simile progresso ed egli, da parte sua, rende al mondo occidentale fulgida rappresentanza in terra arabo-musulmana: esattamente l’opposto e la negazione del paradigma di cui sopra.
L’impero sovietico è caduto in ginocchio ai piedi degli Stati Uniti e dell’Europa mentre l’ebreo, odiato anche dagli Zar, prospera proprio mangiando alla stessa tavola dei vincitori. Agli occhi delle ideologie totalitarie l’ebreo resta detestabile per ciò che intrinsecamente è sempre stato e ancor più colpevole per ciò che è diventato e rappresenta oggi sul piano politico-economico.
Le ragioni ataviche dell’odio verso l’ebreo si sono moltiplicate e amplificate come non mai. Il fumo dei forni crematori delle SS di Hitler è ricaduto sulla terra nella forza e nella solidità dello Stato di Israele. Questo tragico conflitto mediorientale, innescato dal pogrom del 7 ottobre (compleanno di Putin) 2023, porta alla superficie tutto l’odio appena nascosto sotto il tappeto dalle ipocrite giornate della memoria.
Israele non deve difendersi perché è il mondo che deve difendersi da Lui. Israele deve lasciarsi massacrare perché questa è la parte che gli ebrei debbono recitare nella storia. Israele deve scomparire e far tornare tutto come prima.
Nel 1948 gli eserciti di Egitto, Siria, Transgiordania, Iraq e Libano non riuscirono ad ammazzare il bimbo appena nato, come avrebbe voluto fare Erode Antipa con quell’Altro Bambino. Non solo è impressionante l’odio che adesso trasudano i social verso gli ebrei ma fa ancora più impressione accorgersi di come anche le grandi istituzioni sovranazionali, come l’ONU, siano schierate pervicacemente e ferocemente contro Israele.
Questo lo dimostra il deludente, o spregevole, risultato della missione dell’UNIFIL in Libano che, dopo quasi cinque decenni di presenza, non è riuscita a impedire l’insediamento militare di Hezbollah a sud del fiume Litani consentendo ad esso i continui attacchi verso Israele.
A questo potremmo aggiungere le numerose risoluzioni ONU che continuano a definire occupazione illegale i territori conquistati da Israele nel difendersi da una guerra subita: quella dei sei giorni del 1967. L’occupazione turca dell’isola di Cipro, quella sì veramente illegale, non risente di nessun rimprovero ONU.
Potremmo aggiungere anche l’impropria denominazione di “Spianata delle moschee” da parte dell’UNESCO ad un sito territoriale storicamente ebraico come quello della “Valle dei Templi, dove da tremila anni sorgono le rovine dell’antico tempio degli ebrei.
Non ultima l’ingannevole risoluzione del 31 agosto 2025 secondo la quale l’International Association of Genocide Scholars (IAGS), un’associazione globale composta da circa 500 esperti in studi sul genocidio, ha dichiarato, con netta maggioranza dei suoi componenti, che le azioni dello Stato israeliano a Gaza soddisfano i criteri legali del genocidio così come definiti dall’Articolo II della Convenzione ONU del 1948. Anche in questo caso siamo di fronte ad una vera e propria mistificazione dei fatti e dei numeri come ci spiega il giornalista Franco Londei[1] – “La risoluzione è stata approvata con l’86% dei voti favorevoli tra i membri che hanno votato, circa il 28% dei 500 totali, mentre sui media mainstream questa precisazione non è stata evidenziata preferendo affermare falsamente che la dichiarazione era stata approvata a “stragrande maggioranza” quando invece è stata votata solo dal 86% del 28%”.
Israele, per una certa concezione del mondo, anche di molti occidentali, deve morire, deve essere combattuto ed estirpato come l’insidiosa metastasi del pericoloso cancro chiamato libertà. Non è fuori luogo cogliere in tutto questo il tentativo dell’ideologia comunista, alleata dell’Islam, di rimettersi in gioco e far saltare il banco dell’attuale assetto occidentale o, almeno, quello del Vecchio Continente.
Le politiche green e l’invito alla decrescita felice sono già un segnale da tener presente, con la promozione dell’automobile elettrica che ci consegna nelle mani della Cina comunista, quella che, nel festeggiare gli 80 anni dalla fine della guerra contro il Giappone si racconta la storia come più Le piace ma c’è sempre un D’Alema[2] che corre ad applaudire.
[1] Franco Londei dalle pagine del Rights Reporter
[2] Massimo D’Alema, ex Presidente del Consiglio dei Ministri dall’ottobre 1998 al 26 aprile 2000, il primo e unico con un passato nel Partito Comunista Italiano
