Gli F-35 all’Arabia Saudita sono una bruttissima notizia per Israele 

Dai generali e analisti americani fino a tutti i livelli israeliani, sconsigliano la vendita degli F-35 all'Arabia Saudita, ma Trump sembra andare avanti solo con una visione affaristica e non strategica

By Franco Londei - Editor

Nel momento in cui scrivo Donald Trump e il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman (MBS), non si sono ancora incontrati. Lo faranno nelle prossime ore e, per quelle che sono ben più che voci, dovrebbero chiudere un affare miliardario che consegnerà all’Arabia Saudita i tanti agognati caccia F-35, l’aereo da combattimento di 5ª generazione con capacità stealth che fino ad oggi in Medio Oriente erano stati una esclusiva di Israele, garanzia per lo Stato Ebraico di una evidente superiorità tecnologica nei cieli. 

Secondo le voci che circolano sui forum militari gli Stati Uniti dovrebbero consegnare almeno 48 F-35 all’Arabia Saudita, un numero più che sufficiente per portare Riad ai vertici come potenza militare nel Golfo Persio e non solo.  

I dubbi per questa iniziativa di Trump sono tanti, sia negli Stati Uniti che in Israele, dove i vertici militari americani si sono detti «assolutamente contrari» definendo l’operazione «estremamente rischiosa» perché potrebbe «consegnare i dati tecnici degli F-35 a potenze straniere», mentre per quanto riguarda Israele il rischio più che concreto è che perda il cosiddetto “vantaggio militare qualitativo” essendo fino ad oggi gli israeliani gli unici ad avere gli F-35.  

L’ex negoziatore statunitense in Medio Oriente Dennis Ross, ora al Washington Institute for Near East Policy, afferma che Trump vuole sviluppare una relazione multiforme che tenga l’Arabia Saudita fuori dalla sfera d’influenza cinese. «Il presidente Trump ritiene che tutti questi passi leghino sempre di più i sauditi a noi su una serie di questioni, che vanno dalla sicurezza al nesso finanza-intelligenza artificiale-energia. Vuole che siano vincolati a noi su queste questioni e non alla Cina», afferma Ross. 

In sostanza, le stesse motivazioni che spingono Trump ad essere così “amichevole” con la Russia, sottrarre queste potenze all’influenza cinese. Con che risultati, poi, tutti da vedere.  

Da parte loro gli israeliani sono costretti a ingoiare il boccone amaro, reso ancora più velenoso dalle voci secondo le quali Trump avrebbe intenzione di togliere il veto alla vendita di F-35 alla Turchia, in questo momento forse il nemico più insidioso per Israele insieme all’Iran.  

Conseguenze a cascata della politica di Trump 

A Gerusalemme non sottovalutano nemmeno le conseguenze a cascata rispetto alla decisione di Washington di vendere gli F-35 ai sauditi. Infatti è proprio di ieri la notizia confermata dai servizi segreti israeliani che in contrapposizione alla decisione di Washington la Cina si appresterebbe a vendere all’Iran gli aerei da combattimento J-16 (multiruolo di quarta generazione), che non saranno i modernissimi J-20 Mighty Dragon, caccia stealth di quinta generazione, ma cambiano in modo sostanziale gli equilibri nei cieli del Golfo.  

Se poi ci mettiamo che Pechino ha già venduto all’Iran sistemi antiaerei HQ-9 (HongQi-9 / Red Banner-9) a lungo raggio, molto più efficaci degli S-400 russi, e che si appresta a consegnare altri importanti sistemi d’arma in cambio di petrolio a buon prezzo, allora si può capire perché a Gerusalemme sono così preoccupati (e incavolati). 

Israele avrebbe dovuto affondare il coltello caldo nel burro iraniano quando poteva farlo invece di piegarsi ai diktat di Trump. Oltretutto con quella assurda decisione è stata buttata al vento quella che si chiama «credibile minaccia della forza». E oggi l’Iran si è arroccata rendendo molto più complesso qualsiasi intervento sul programma nucleare iraniano.  

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Esperto di Diritti Umani, Diritto internazionale e cooperazione allo sviluppo. Per molti anni ha seguito gli italiani incarcerati o sequestrati all’estero. Fondatore di Rights Reporter