Fa discutere una proposta di legge indiana che i critici definiscono come pensata per limitare l’immigrazione islamica.

Ufficialmente la legge sarebbe pensata per favorire l’integrazione delle minoranze religiose provenienti da Pakistan, Bangladesh e Afghanistan.

La legge riduce notevolmente i tempi per ottenere la cittadinanza indiana per le minoranze religiose provenienti dai tre paesi. Invece degli 11 anni di residenza richiesti dalla legge attuale, occorrerebbero solo sei anni.

Il disegno di legge prevede però che questa nuova direttiva venga applicata per le minoranze religiose indù, sikh, buddista, giainista, parsi e cristiana. Sono quindi esclusi i musulmani.

Com’era prevedibile il disegno di legge ha scatenato le proteste dei musulmani e non sono mancati i distinguo nemmeno nella politica indiana.

Ieri sei persone sono morte a seguito degli scontri quando migliaia di persone hanno manifestato nella regione di Assam. Manifestazioni anche a Calcutta e nella regine del Kerala.

Il governo ha schierato migliaia di soldati ed è stato istituito il coprifuoco nella regione di Assam, la più coinvolta dagli scontri.

Cosa c’è di controverso in questa legge?

Secondo gli oppositori la legge tende ad escludere su base religiosa, il che violerebbe la Costituzione indiana. Secondo loro la cittadinanza non può essere condizionata dalla religione.

La costituzione indiana proibisce infatti la discriminazione religiosa nei confronti dei suoi cittadini e garantisce a tutte le persone l’uguaglianza davanti alla legge e un’eguale protezione della legge.

L’avvocato di Delhi Gautam Bhatia afferma che dividendo presunti migranti in musulmani e non musulmani, il disegno di legge «cerca esplicitamente e palesemente di sancire la discriminazione religiosa per legge, contrariamente alla nostra etica costituzionale secolare».

Lo storico Mukul Kesavan afferma che il disegno di legge «è redatto nella lingua del sostegno al rifugio ed è apparentemente diretto agli stranieri, ma il suo scopo principale è la delegittimazione della cittadinanza musulmana».

I critici affermano che se fosse realmente finalizzato alla protezione delle minoranze, il disegno di legge avrebbe dovuto includere le minoranze religiose musulmane che hanno dovuto affrontare persecuzioni nei loro paesi, gli Ahmadi in Pakistan e i Rohingya in Myanmar, per esempio, mentre il governo invece è andato alla Corte Suprema per cercare di espellere i rifugiati Rohingya dall’India.

In molti però difendono il disegno di legge tra i quali R Jagannathan, direttore editoriale della rivista Swarajya, il quale ha scritto che «l’esclusione dei musulmani dall’ambito della copertura del disegno di legge deriva dall’ovvia realtà che i tre paesi sono islamisti, come affermato nelle loro stesse costituzioni, e/o a causa delle azioni di militanti islamisti, che prendono di mira le minoranze (e non solo) per convertirle anche con la forza».

Un problema per tutti nel medio-lungo periodo

Del problema della immigrazione islamica usata come metodo “invasivo” ne abbiamo parlato più volte qui e altrove, solo che non appena se ne parla si è tacciati immediatamente di islamofobia.

Ma prima o poi sarà un problema da affrontare e, se possibile, da regolamentare. E quando succederà sarà come scoperchiare il vaso di Pandora.

I Fratelli Musulmani, per esempio, non fanno mistero di usare l’immigrazione islamica come mezzo per conquistare l’occidente. Erdogan ha detto che i turchi all’estero devono fare molti figli così da mettere in pratica quel “consiglio” secondo il quale “l’Islam conquisterà il mondo anche con l’utero delle donne”.

Oggi questo non è un problema, ma lo diventerà nel medio-lungo periodo portando uno scompenso non da poco nella società occidentale.

Non nascondiamoci dietro a un dito, è un problema che chi ha responsabilità di governo si è trovato ad affrontare o quanto meno a pensarci. In India il problema se lo sono posto. Non c’entra l’odio o l’islamofobia, c’entra il fatto che per cultura l’islam non si integra, assorbe o rigetta.