Israele, Hamas e i desiderata impossibili di Kamala Harris

3 Dicembre 2023
kamala harris sulla guerra tra hamas e israele

Allora, vediamo di capire cosa dovrebbe fare Israele secondo quanto stabilito dalla vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, dopo i colloqui avuti a Dubai con il presidente egiziano, Abdel Fattah el-Sisi, e il Re Abdullah di Giordania.

Punto primo, Kamala Harris, si suppone dopo essersi interfacciata con il Presidente Biden, ha dichiarato che “gli Stati Uniti si oppongono fermamente al trasferimento forzato dei residenti di Gaza al di fuori dell’enclave sia quando Israele riprende i bombardamenti contro i terroristi di Hamas, che nei giorni e nelle settimane successive alla fine della guerra”.

Curioso quando la Harris afferma che “quando questo conflitto finirà, Hamas non potrà controllare Gaza e Israele dovrà essere al sicuro”. Curioso perché con questa dichiarazione la vicepresidente degli Stati Uniti afferma sostanzialmente che dopo la guerra ci sarà ancora Hamas dimenticando che lo scopo della guerra è proprio cancellare Hamas dalla faccia della Terra e che quindi questo conflitto non finirà fino a quando un solo terrorista di Hamas sarò in vita o in libertà.

E se questo non bastasse, in una breve conferenza stampa a Dubai, la Harris ha detto che le sue conversazioni si sono concentrate su ciò che Israele e Hamas – e il resto dei Paesi del Medio Oriente – dovranno fare una volta terminata la guerra. Questo di nuovo fa pensare che la Harris supponga che dopo la guerra ci sia ancora Hamas, probabilmente perché si è impegnata in tal senso con il Qatar e quasi certamente con Abdullah di Giordania che deve tenere a freno la Fratellanza Musulmana sempre più potente nel regno.

Punto secondo, in merito al futuro di Gaza e della Cisgiordania Kamala Harris ha detto che “i palestinesi hanno bisogno di un orizzonte politico di speranza, di opportunità economiche e di libertà. E la regione in generale deve essere integrata e prospera. E noi dobbiamo lavorare per questo”. Niente di male, se non fosse che la Harris vede questo “futuro prospero” nelle mani della Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. Passatemi una battuta senza accusarmi di misoginia, ma se la Harris pensa davvero questo forse è meglio che torni a spolverare i mobili alla Casa Bianca invece di andare in giro a fare questo tipo di politica.

Punto terzo, secondo la Harris i confini di Gaza non potranno essere modificati e gli Stati Uniti si opporranno a qualsiasi decisione in tal senso. Peccato che proprio ieri sera Mark Regev, consigliere anziano di Netanyahu, in un briefing con i media ha detto che Israele sta cercando un “involucro di sicurezza” nell’enclave.

In una realtà post-Hamas, Israele manterrà per il prossimo futuro il controllo generale della sicurezza. Questo sarà un prerequisito necessario“, ha dichiarato Regev ai giornalisti. “In futuro non si verificherà una situazione in cui i terroristi di qualsiasi gruppo saranno direttamente sul confine“.

Non si tratta di una sottrazione di territorio a Gaza da parte di Israele“, ha aggiunto Regev. “Al contrario, si tratta di creare zone di sicurezza, dove si ha una situazione speciale sul terreno che limita la capacità delle persone di entrare in Israele per uccidere il nostro popolo“.

Quindi quello che chiede (pretende) la Harris non si può fare, come non si può fare tutto il resto perché:

  1. Gli Stati Uniti hanno detto a Israele che deve salvaguardare i civili in quanto ci sono state troppe vittime (secondo Hamas) però non li può far spostare da un luogo ad un altro. Come deve fare Israele?
  2. La guerra finirà solo quando di Hamas non rimarranno che le ceneri. Netanyahu lo ha promesso e questa volta non può davvero tirarsi indietro. Continuare a parlare di un futuro dove si intravede ancora la presenza di Hamas o di qualsiasi altro gruppo terrorista islamico nei pressi dei confini di Israele significa non aver capito nulla di quello che Israele vuole e deve fare.
  3. Immaginarsi un futuro palestinese nelle mani della Autorità Nazionale Palestinese (ANP), la stessa cioè che paga i vitalizi alle famiglie dei terroristi, la stessa che ha fatto sparire nel nulla centinaia di milioni di dollari destinati allo sviluppo della Palestina e che non contenti si sono aumentati lo stipendio del 67%, il tutto nel silenzio più assoluto dei tanti pacivendoli, è a dir poco surreale. Ma secondo la Harris (e credo anche secondo Biden) questa è la strada da percorrere. Di responsabilizzare Giordania (sulla Cisgiordania) ed Egitto (sulla Striscia di Gaza) non se ne parla.
  4. Israele, che ha volontariamente restituito la Striscia di Gaza agli arabi, secondo la Harris non può costruire una linea cuscinetto che impedisca per sempre ai terroristi di qualsiasi specie di entrare in Israele. In definitiva secondo gli americani, Israele non può occupare Gaza ma non può nemmeno metterla in sicurezza.

Concludendo, secondo l’Amministrazione americana, Israele deve fare la guerra ad Hamas, che ha costruito centinaia di Km di tunnel sotto ospedali, scuole e abitazioni civili, senza danneggiare niente e senza fare vittime civili. Se però, proprio per non fare vittime civili, Israele ordina alla popolazione di spostarsi in un luogo più scuro, scatta l’accusa di “trasferimento forzato” e quindi (di nuovo) non si può fare.

Secondo la Harris serve una tregua (non un cessate il fuoco) e trattative con Hamas. Ma se Israele, come prevedibile, elimina Hamas dalla faccia della Terrà, con chi tratta la tregua?  Di nuovo il vicepresidente americano fa intendere che l’eliminazione di Hamas non coincide con i suoi desiderata. La mattanza del 7 ottobre è già dimenticata. Le violenze, gli stupri, il pogrom del 7 ottobre non contano più niente per Kamala Harris.

Si ringraziano sentitamente gli Stati Uniti d’America per il loro indispensabile aiuto, ma questa volta Israele non si può fermare ai desiderata della sinistra americana obamiana. Questa volta deve andare fino in fondo. È una questione di sopravvivenza.

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Franco Londei

Esperto di Diritti Umani, Diritto internazionale e cooperazione allo sviluppo. Per molti anni ha seguito gli italiani incarcerati o sequestrati all’estero. Fondatore e direttore di Rights Reporter

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