Parliamo degli aiuti a Gaza e chiariamo alcune cose ai critici

aiuti a Gaza

Un conto è criticare il sistema degli aiuti a Gaza come fa il sottoscritto, un conto è affermare falsamente che Israele usa la fame come arma di guerra.

Intendiamoci, non è facile organizzare un sistema di aiuti a Gaza nelle attuali condizioni senza correre il rischio che una buona parte degli stessi finisca in mano ad Hamas.

Ed è proprio questa l’essenza della questione, la necessità cioè di provvedere alla popolazione impedendo al contempo a gruppi criminali o organizzazioni terroristiche come Hamas di dirottare gli sforzi umanitari, cosa che in passato è accaduta su larga scala a Gaza.

Secondo i documenti di Hamas scoperti durante l’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza, il saccheggio e il furto di aiuti umanitari erano tra le principali fonti di reddito dell’organizzazione terroristica. I documenti rivelano che i militanti di Hamas si univano ai convogli umanitari per sequestrare rifornimenti destinati ai civili e trarre profitto dalla loro rivendita.

Dal 7 ottobre 2023, si stima che Hamas si sia appropriata di una percentuale compresa tra il 15% e il 25% dei beni umanitari entrati a Gaza. Questi rifornimenti non sono stati solo venduti, ma anche distribuiti tra militanti e attivisti che collaborano con l’organizzazione terroristica.

Quindi, interrompere l’afflusso di aiuti a Gaza in assenza di un attore che provvedesse alla loro distribuzione senza che finissero nelle mani di Hamas, era l’unica scelta a disposizione di Israele per interrompere questa fondamentale fonte di sopravvivenza per il gruppo terrorista.

Va considerato poi che Israele ritiene le agenzie delle Nazioni Unite responsabili di quella che considera una collaborazione di fatto con Hamas. Una delle agenzie più finanziate delle Nazioni Unite, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), ha da sempre cooperato attivamente con Hamas dopo che il gruppo militante ha preso il controllo della Striscia di Gaza nel 2006, trattandolo come l’autorità di fatto nel territorio. Israele sostiene che questa agenzia delle Nazioni Unite, incentrata sull’assistenza umanitaria, è di fatto diventata un elemento chiave dell’infrastruttura “civile” del regime islamista radicale. Di conseguenza, Israele ha vietato le sue operazioni.

Inoltre, sono state sollevate denunce contro altre organizzazioni internazionali. Dopo l’attacco terroristico di Hamas contro Israele il 7 ottobre, organizzazioni come la Croce Rossa hanno accusato Israele di “crimini umanitari”, ma non sono riuscite a ottenere incontri con gli ostaggi catturati, molti dei quali erano donne, bambini, malati e anziani. Citando il loro “status neutrale”, tali organizzazioni si sono spesso astenute dal condannare Hamas per il massacro del 7 ottobre, limitando i loro interventi a quelle che Israele ha potuto interpretare solo come deboli appelli per il rilascio degli ostaggi.

Quindi come fare per portare gli aiuti a Gaza senza correre il rischio che finissero nelle mani di Hamas? Netanyahu si è detto da subito «pronto a collaborare con i partner internazionali per garantire che Israele continui a facilitare gli aiuti umanitari ai civili di Gaza in modo da non minacciare la sicurezza di Israele».

La discussione si è concentrata sulla ricerca di un’alternativa agli attori “in carica”, inefficienti, politicamente squilibrati e spesso corrotti, che hanno monopolizzato il vasto mercato dei servizi umanitari internazionali a Gaza.

Dopo che la demenziale idea di Trump di trasferire in massa i residenti di Gaza in zone “più confortevoli e vivibili” è passata giustamente in secondo piano, le discussioni si sono spostate verso opzioni per fornire aiuti umanitari direttamente alla popolazione della Striscia, aggirando Hamas.

Il piano, coordinato tra Stati Uniti e Israele e presentato all’inizio di maggio, propone di affidare questa missione a società private che operano sotto l’egida degli Stati Uniti. Per mobilitare fondi e supervisionare la distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia, doveva essere istituito un fondo speciale, sostenuto da governi e organizzazioni caritative. I promotori del programma hanno espresso anche la speranza che le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie internazionali aderiscano al nuovo meccanismo, garantendo che gli aiuti siano consegnati direttamente alle persone bisognose.

L’esperienza nell’attuazione di progetti di sostegno umanitario privato è ancora limitata. Un esempio è Fogbow, una società che si posiziona come “partner affidabile e indipendente per enti pubblici e privati nel settore umanitario” e offre “soluzioni end-to-end per sfide logistiche complesse”. I membri del suo team hanno per lo più un background militare e/o molti anni di esperienza di lavoro in agenzie governative e nel settore privato.

Brook Jerue, CEO di Fogbow ed ex pilota del Corpo dei Marines degli Stati Uniti, ritiene che l’esperienza militare del team aiuti a ideare soluzioni innovative, come dimostrano i progetti realizzati in passato dall’azienda. Ad esempio, Fogbow ha proposto di trasportare generi alimentari a Gaza via mare per alleviare la congestione ai valichi di frontiera terrestri. Le organizzazioni umanitarie tradizionali hanno criticato aspramente questa idea, temendo che potesse indebolire la pressione politica su Israele. Attualmente stanno reagendo in modo simile nelle province del Sud Sudan colpite dalla carestia e dalla guerra civile.

La domanda di tali servizi, specialmente alla luce del ridimensionamento di alcuni programmi governativi (come USAID) e dei tagli ai bilanci destinati agli aiuti in tutto il mondo, è legata, secondo il presidente di Fogbow Mick Mulroy (ex vice segretario alla Difesa nella prima amministrazione Trump), alla difficoltà dei donatori di trovare partner e soluzioni all’interno dei sistemi tradizionali. Pur esprimendo la volontà di operare nell’ambito del sistema esistente, la leadership di Fogbow ritiene tuttavia che si potrebbero ottenere risultati migliori utilizzando meccanismi nuovi e indipendenti, una valutazione supportata dal portafoglio della società, che comprende cinque richieste di progetti umanitari in zone di conflitto in Africa e Medio Oriente.

Questa visione è condivisa dai fondatori della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un’organizzazione statunitense-israeliana. Secondo il piano approvato, che si ritiene sia frutto dell’idea dell’inviato speciale di Trump Steve Witkoff e del consigliere di Netanyahu Ron Dermer, è in fase di creazione una rete di siti di distribuzione sicuri nel sud della Striscia di Gaza sotto l’egida della fondazione, con l’intenzione di espandersi verso nord man mano che le ostilità si placano.

Le famiglie locali possono recarsi in questi siti una volta alla settimana per ricevere un pacco alimentare e beni di prima necessità, che dovrebbero essere sufficienti fino alla visita successiva, sette giorni dopo.

In base all’accordo, Israele si è assunto la responsabilità di finanziare e realizzare i lavori di ingegneria per la costruzione delle infrastrutture dei siti di distribuzione degli aiuti, mentre le società private americane UG Solutions e Safe Reach Solutions sono responsabili della logistica e della pianificazione. L’IDF è responsabile della sicurezza generale. Tuttavia, contrariamente a quanto proposto in un piano precedente, non partecipa alla consegna o alla distribuzione degli aiuti umanitari.

Parallelamente, è stato istituito un sistema per controllare l’importazione di beni di prima necessità. Esso comprende misure per la registrazione delle organizzazioni, sanzioni contro i trasgressori, procedure doganali e ispezioni ai valichi di frontiera. Questo complesso quadro è stato concepito per garantire che gli alimenti e le forniture raggiungano direttamente i residenti di Gaza, escludendo completamente Hamas e altri gruppi terroristici dalla catena di approvvigionamento degli aiuti umanitari.

Tuttavia, non tutti ritengono che il sistema abbia avuto successo. Nei primissimi giorni, infatti, non è riuscito a gestire l’afflusso di persone in cerca di aiuti e, secondo quanto riferito, la popolazione locale ha preso d’assalto e persino distrutto alcuni centri di distribuzione. Inoltre, i critici di Israele hanno diffuso ampiamente filmati che mostrano le forze israeliane mentre sparano in aria per rallentare la gran massa di persone che cercano di raggiungere i centri di assistenza. L’esperimento ha suscitato critiche anche da parte dei leader delle organizzazioni umanitarie tradizionali, che vedono iniziative come il GHF come una minaccia al loro controllo su quella che rimane una fetta redditizia del mercato degli aiuti umanitari internazionali.

Tra le argomentazioni standard di questi critici figurano l’accusa che Israele stia “strumentalizzando gli aiuti” per obiettivi militari, che la distribuzione diretta di cibo ai civili abbia un impatto molto limitato, che il sistema tradizionale “funzioni meglio” e che il modello di distribuzione degli aiuti utilizzato dalla fondazione statunitense-israeliana “inviti al pericolo perché provoca movimenti di massa di persone”.

Queste affermazioni sono state espresse con particolare forza da entità affiliate ai programmi delle Nazioni Unite, che si sono rifiutate di collaborare con la fondazione, citandone la presunta mancanza di neutralità. Pur concordando sul fatto che qualsiasi aiuto a chi ne ha bisogno sia benvenuto, i critici insinuano che i “professionisti” siano meglio attrezzati dei “dilettanti” per gestire la catastrofica situazione a Gaza, che a loro dire è ora la peggiore dall’inizio della guerra.

Le pressioni esercitate sulla GHF hanno avuto un effetto tangibile. Oltre al rifiuto delle organizzazioni umanitarie internazionali di collaborare con il gruppo privato, diversi membri senior dello staff hanno lasciato la fondazione all’inizio di giugno e un importante partner logistico, il Boston Consulting Group (BCG), ha interrotto i legami con il progetto. Ciononostante, durante la sua prima settimana di attività, la fondazione ha distribuito 7 milioni di razioni alimentari individuali ai residenti nel sud di Gaza – come previsto – e ha persino annunciato l’apertura di un nuovo punto di distribuzione nella parte settentrionale della Striscia.

Come prevedibile, un altro partito fortemente contrario al coinvolgimento della fondazione è Hamas, che sta rapidamente perdendo sia il suo controllo sulla popolazione che i suoi finanziamenti per le attività terroristiche. I terroristi di Hamas hanno lanciato una campagna intimidatoria, intimando ai residenti di non avvicinarsi ai centri di distribuzione alimentare. Quando decine di migliaia di abitanti di Gaza hanno ignorato le minacce e si sono riversati in questi centri il giorno dell’inaugurazione, i militanti hanno tentato di interrompere il processo a colpi d’arma da fuoco, causando decine di vittime. Il personale della fondazione è stato costretto a sospendere temporaneamente le operazioni, ma ha ripreso a pieno ritmo il giorno successivo.

Nei giorni successivi, Hamas ha continuato a usare la stessa tattica, cercando di scaricare la colpa delle inevitabili vittime sulle IDF o su bande arabe rivali basate su clan. Molte di queste, come i beduini Tarabin residenti a Rafah e sul lato egiziano del Sinai, hanno acquisito forza a livello locale grazie al declino di Hamas. Tuttavia, il successo di queste manipolazioni, prontamente riprese dai media stranieri, è stato limitato. I terroristi hanno quindi rivolto le loro minacce al personale della fondazione, che ha continuato a distribuire pacchi di cibo “a mano”.

Il passaggio dalle minacce all’azione è stato allarmantemente breve: il 12 giugno, un autobus che trasportava lavoratori della GHF assunti localmente verso un centro di distribuzione nella parte meridionale della Striscia è stato attaccato da un gruppo di terroristi di Hamas. Otto persone sono state uccise e diverse altre sono rimaste ferite. I rappresentanti di Hamas hanno affermato che le vittime appartenevano ai loro rivali locali – la milizia di Abu Shabaab, presumibilmente armata da Israele – ma questa affermazione è stata immediatamente smentita sia dalla GHF che dalla stessa Abu Shabaab.

Seguì un appello del presidente della Gaza Humanitarian Foundation, Johnnie Moore, al Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres. Nella sua lettera, Moore chiese alle Nazioni Unite di cessare il loro sostegno alla campagna di disinformazione, di condannare l’uccisione del personale della GHF da parte di Hamas, di riconoscere l’efficacia del modello operativo dell’azienda privata e di avviare una cooperazione paritaria.

Implicazioni sul terreno

Nonostante le critiche e le sfide, l’operato della fondazione privata statunitense-israeliana nella Striscia di Gaza solleva Israele da due importanti problemi. In primo luogo, la GHF si assume parte dell’onere di governare la Striscia e di soddisfare i bisogni della sua popolazione. In secondo luogo, offre un’alternativa al controllo israeliano, anche se è improbabile che i terroristi rispettino qualsiasi accordo sul futuro controllo di Gaza.

Ma forse ancora più importante, i primi risultati del nuovo modus operandi nella Striscia di Gaza dimostrano che trasferire una quota significativa del mercato degli aiuti umanitari – insieme a servizi correlati come logistica, sicurezza e pubbliche relazioni – a società private è del tutto fattibile. La situazione ha anche evidenziato la necessità di riforme – o addirittura di una revisione completa – del sistema di aiuti internazionali attualmente gestito dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni affiliate.

A Gaza, potremmo assistere all’emergere di una nuova tendenza in grado di cambiare il panorama umanitario globale. Esiste davvero un’alternativa all’attuale sistema di istituzioni umanitarie tradizionali, spesso afflitte da burocrazia, corruzione e collaborazione forzata con regimi autoritari. Ora è il momento di scoprire se può funzionare di fronte ad altre crisi in altre parti del mondo.

Pur rimanendo estremamente critico con le modalità di distribuzione degli aiuti a Gaza, è sotto gli occhi di tutti che non solo gli aiuti cominciano ad affluire con una certa costanza agli abitanti di Gaza, anche se secondo i media nostrani la Striscia continua ad essere “non raggiunta” dagli aiuti.

Secondo quanto riportato dal presidente della Gaza Humanitarian Foundation, Dr. Johnnie Moore, in un’intervista rilasciata il 17 luglio 2025, la fondazione ha distribuito quasi 80 milioni di pasti nella Striscia di Gaza in sei settimane.

La questione di Francesca Albanese

Avrei voluto fare a meno di parlarne ma mi sento di dire agli amici di Israele che la lunga lista di diffamatori di Israele che abbiamo visto dall’avvento di internet ci ha insegnato che meno se ne parla e prima spariscono. Quindi, evitate per favore di scriverne. È solo l’ennesima diffamatrice in cerca di visibilità. Ben presto farà la fine delle altre e basterà tirare lo sciacquone.

Nota di ringraziamento

Ringrazio il Proff. Zeev Hanin per la sua analisi da cui ho tratto molto di questo articolo

Articoli simili