Sicurezza di Israele: speriamo che per Trump sia più importante dei calcoli politici

Distinguere tra “pericolo imminente” e “pericolo in prospettiva”. Non è più tempo di giochi politici. Bene costringere l’Iran a un nuovo tavolo di trattative ma avendo ben chiaro che la sicurezza di Israele viene prima di qualsiasi calcolo politico

Una premessa: quando si parla di Israele a noi non interessano le diatribe politiche o le ideologie che portano le varie fazioni a dare ragione ai propri “idoli” a prescindere, che siano essi di destra o di sinistra. A noi non interessano gli scontri ideologici, li lasciamo a “quelli bravi”, a noi interessa la sicurezza di Israele.

Ciò premesso e proprio in tema di sicurezza di Israele non possiamo non considerare che in questo momento il pericolo maggiore per lo Stato Ebraico arriva dalle attività iraniane non legate al programma nucleare di Teheran.

Cerchiamo però di essere chiari anche su questo punto e di fare la giusta distinzione tra “pericolo imminente” e “pericolo in prospettiva”.

Il posizionamento iraniano intorno a Israele è un pericolo imminente, il programma nucleare di Teheran è invece un pericolo in prospettiva, non necessariamente slegato dal primo ma decisamente meno immediato.

Lo sbaglio principale che fece Obama quando favorì il raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) fu proprio quello di non considerare la differenza tra queste due situazioni.

Il JCPOA infatti liberò così tante risorse economiche che permise a Teheran nel volgere di poco tempo di riempire di denaro e armi i suoi proxi tanto da diventare un pericolo imminente per tuta la regione e in particolare per Israele.

Quell’accordo aveva anche altre lacune, ma oggi la lacuna che pesa più di tutti è proprio quella di aver dato agli Ayatollah i mezzi economici per implementare una politica estremamente aggressiva.

Donald Trump dal canto suo ha tentato di porre rimedio a quell’errore uscendo dal JCPOA e reintroducendo pesanti sanzioni all’Iran, sanzioni che effettivamente hanno messo un freno al flusso di denaro e armi da Teheran verso i suoi proxy, ma che forse sono arrivate troppo tardi. Trump a chiuso la stalla aperta da Obama quando i buoi erano già fuggiti.

Al di la delle posizioni politiche di ognuno, non si può non riconoscere al Presidente Trump di aver agito correttamente fino a questo momento. Il punto è se tutto questo è sufficiente.

Trump preso tra due fuochi

Lo scontro tra “falchi” e “colombe” in seno all’Amministrazione americana viene ben spiegato da Eliana Johnson su Politico.com. È abbastanza chiaro che il Presidente Trump non voglia arrivare ad una escalation con Teheran. La sua vera intenzione è quella di portare l’Iran ad un tavolo di trattativa per “rivedere” il JCPOA mentre i falchi vorrebbero arrivare ad uno scontro diretto.

La posizione di Trump è legittima se vista dal lato americano. Washington non vuole imbrigliarsi in una guerra con Teheran, specie con le elezioni americane che si avvicinano a grandi passi.

Riportare Teheran al tavolo delle trattative sarebbe una enorme vittoria politica per Trump mentre un conflitto con gli iraniani potrebbe essere, al contrario, estremamente deleterio. Gli americani sono stanchi di fare i “poliziotti del mondo” e vogliono pensare alle loro beghe interne.

Il problema nasce quando si va a rivedere tutta la questione sotto l’aspetto della sicurezza di Israele e del concetto sopra citato di “pericolo imminente” e “pericolo in prospettiva”.

Riportare l’Iran al tavolo delle trattative per rivedere al ribasso il JCPOA allontanerebbe il pericolo in prospettiva, ma rischierebbe di alimentare quello imminente.

Insomma, il Presidente Trump rischia di cadere nello stesso errore di valutazione fatto da Obama.

Situazione molto complessa

Capite quindi che la situazione non è affatto semplice. Non si tratta di scegliere tra bianco e nero, non si tratta di una questione di colore politico. Qualsiasi scelta faccia il Presidente Trump avrà delle conseguenze sulla sicurezza di Israele.

Se costringerà gli Ayatollah a sedersi e trattare un nuovo accordo sul nucleare iraniano otterrà una vittoria politica che probabilmente lo porterà al suo secondo mandato, ma con molta probabilità questo porterà ad un aumento del pericolo imminente per Israele perché libererà quelle risorse che servono agli Ayatollah per alimentare i suoi proxi regionali.

Le alternative sono due: la prima è una escalation con Teheran che però non allontanerà il pericolo imminente per Israele e per tutta la regione. La seconda è quella di mantenere inalterate le sanzioni a Teheran (o addirittura aumentarle) per portare l’Iran al collasso.

Questa sarebbe la migliore come soluzione, ma gli iraniani sono troppo scaltri per non capire che sarebbe la fine del regime. Sanno che Trump è più interessato a ottenere una vittoria politica che ai ragionamenti geopolitici e di sicurezza globale.

A Teheran, come a Washington, ci sono falchi e colombe e se dovesse passare la linea delle colombe che accetterebbero un nuovo tavolo delle trattative (come sembra stia accadendo) il Presidente Trump non esiterebbe un attimo a trattare proprio perché per lui sarebbe una vittoria politica inestimabile.

Ma Israele? Cosa ne sarà della sicurezza di Israele? Questa non è una domanda che il Presidente Trump può evitare di porsi quando e se porterà gli iraniani a trattare.

Certo, gli Stati Uniti supportano lo Stato Ebraico con ogni mezzo, ma sono disposti ad entrare in guerra al fianco di Israele in caso di attacco da parte dei proxy di Teheran? E quando dico “entrare in guerra a fianco di Israele” intendo mettere letteralmente gli scarponi sul terreno.

Perché se c’è una cosa certa è che l’Iran non desisterà dalle sue mire espansioniste a prescindere da quello che succederà con gli Stati Uniti sul JCPOA.

Ora la domanda da porre al Presidente Trump è: intende ottenere una grande vittoria politica evitando di pensare a tutto il resto e alle conseguenze, oppure intendere mettere sul piatto anche la sicurezza di Israele senza pensare alle prossime elezioni rischiando però di dover rinunciare alla sua vittoria politica che lo proietterebbe verso il secondo mandato?

Qualcuno accecato dall’ideologia dirà che può fare entrambe le cose. Non è vero, realisticamente non può fare entrambe le cose.

Lunedì scorso il Presidente Trump ha twittato una cosa che spero pensi realmente. Ha scritto: «ricorda, l’Iran non ha mai vinto una guerra ma non ha mai perso una negoziazione».

Speriamo che questo sia il suo faro guida perché gli iraniani non trattano senza avere una contropartita “appetitosa”. E non c’è niente di più appetitoso per gli Ayatollah dello Stato Ebraico.