Su Gaza tutto bene, ma anche no, specie se dalle macerie spunta Erdogan

Gaza in macerie con Erdogan in primo piano

Su Gaza tutto bene più che altro perché non ho capito con esattezza cosa vogliono fare il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il Primo Ministro Israeliano, Benjamin Netanyahu. Vogliono spostare più di due milioni di palestinesi da Gaza a una destinazione ignota come se niente fosse? Beh, auguri.

Egitto e Giordania (chissà poi perché la Giordania che non confina con Gaza), non ne vogliono sapere. L’Arabia Saudita ha già detto che si metterà di traverso. Il Qatar, finanziatore di Hamas, non ne parliamo. Tutto il resto del mondo è contrario. Insomma, sembra più un sogno che una proposta seria.

Lo so, in molti insorgeranno affermando che i palestinesi sono fondamentalmente egiziani e giordani, e che quindi spetta al Cairo e ad Amman accollarseli. Tutto giusto. Se non fosse che non sposti due milioni di persone che di spostarsi non ne vogliono sapere.

A me sembra più un salvagente temporaneo lanciato da Trump a Netanyahu che ancora non ha una politica post bellica per Gaza. Ce l’avrà presto, ma ancora manca.

Chi invece sembra avere le idee chiare è la Turchia, che a differenza di quello che ha fatto Trump con la chiusura di USAID, crede fermamente nella politica del “soft power”, quella lenta ma inesorabile infiltrazione nei territori attraverso l’uso dell’aiuto umanitario, della ricostruzione e del welfare generalizzato (la Cina ne fa un uso smodato).

Erdogan lo ha fatto nel cuore dell’Europa, in Africa, nei Balcani, lo sta facendo in Siria e ha già detto di essere pronto a farlo nella Striscia di Gaza.

Qualcuno dirà che sono fissato, ma l’ho già detto in un’altra occasione: il vero pericolo per Israele nel medio/lungo periodo è la Turchia. Più ancora dell’Iran.

Pensate solo per un attimo cosa vorrebbe dire per Israele avere i turchi sia in Siria, dove già adesso sono molto ben introdotti, che nella Striscia di Gaza. Dove Erdogan non arriva con i carri armati, arriva con il soft power.

La Turchia, ormai centro di gravità permanete della Fratellanza Musulmana, madre e padre di Hamas e del peggiore Jihadismo si possa immaginare. Ha riciclato prima Al Qaeda e poi l’ISIS e adesso aspetta di avere accesso alle prigioni gestite dai Curdi dove sono detenuti migliaia di jihadisti dello Stato Islamico per costruire il suo primo vero esercito proxy da impiegare ovunque sia necessario. Prima di tutto proprio contro Israele.

Lasciare che la Turchia metta anche solo la punta del naso dentro Gaza, con Hamas ancora in vita militarmente e politicamente, sarebbe un errore enorme per Israele.

E temo che nei piani di Trump l’alternativa allo spostamento impossibile di oltre due milioni di palestinesi dalla Striscia di Gaza sia proprio dare la gestione dell’enclave costiera a Erdogan. Non lo ha mai detto, ma vedrete che quando apparirà chiaro che l’ipotesi “spostamento di massa” non sarà attuabile, verrà fuori il nome dell’emiro turco.

Quello che invece appare chiaro dai colloqui tra Trump e Netanyahu è che per Israele la guerra a Gaza finisce qui. Gli ostaggi torneranno a casa, vivi o morti, e Hamas potrà sopravvivere grazie al buon cuore di Erdogan. Forse in cambio Israele avrà le centrali atomiche iraniane. Molto forse.

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