Più che un comitato per Gaza, o meglio, un comitato che supervisionerà la gestione postbellica di Gaza (qualsiasi cosa voglia dire), mi sembra un comitato pro-Hamas.
Ieri l’Amministrazione Trump ha reso noti i membri che faranno parte di questo fantomatico “comitato per Gaza” e tra di loro figurano i più importanti sostenitori nonché finanziatori di Hamas.
Giusto per fare qualche nome. Nel comitato per Gaza figurano il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, l’alto diplomatico del Qatar Ali Thawadi, il capo dell’intelligence egiziana Hassan Rashad, il ministro della cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti Reem Al-Hashimy e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair.
Turchia è Qatar non dovrebbero nemmeno nominare “Gaza” perché da sempre non solo sono sostenitori di Hamas, ma ne sono i maggiori finanziatori insieme all’Iran. L’Egitto farà di tutto per bloccare le uscite degli arabi da Gaza e quello sarà il suo unico e vero compito. Gli Emirati Arabi Uniti non sono invece ostili a Israele, mentre Tony Blair te lo raccomando.
Temo che a Gerusalemme non saranno molto contenti delle scelte della Casa Bianca. La Turchia ha definito il massacro del 7 ottobre “un atto di resistenza” mentre ad Ankara ospita gli uffici di Hamas e considera il gruppo terrorista un “gruppo resistente”.
Dal canto suo il Qatar è quello che ha sborsato centinaia di milioni di dollari che hanno permesso ad Hamas di costruire il più grande reticolo di tunnel del mondo e di acquistare le armi usate contro Israele, il tutto sapendo perfettamente a cosa servivano quei soldi.
Secondo Trump, Quatar e Turchia avrebbero facilitato il raggiungimento dell’accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele e per questo sarebbero nel comitato per Gaza. Ma per cosa lo hanno fatto? Non certo per gli ostaggi israeliani o per una improvvisa voglia di pace. Lo hanno fatto perché era l’unico modo per salvare Hamas. Lo hanno fatto per salvare la loro creatura in modo che possa essere ancora una minaccia seria per Israele.
Non so se questo lo hanno capito a Washington. Parrebbe di no. Soprattutto non hanno capito la voglia, quasi la necessità per la Turchia di posizionare il suo esercito al confine con Israele.
La speranza è che Netanyahu rimanga fermo sulle sue posizioni di non voler nessun tipo di partecipazione turca sul terreno a Gaza. E con “nessun tipo” si intende sia una anche minima presenza militare che partecipazioni di ONG turche o riconducibili alla Turchia alla ricostruzione di Gaza.
Faranno parte del comitato esecutivo anche l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, il principale collaboratore di Trump Jared Kushner, il CEO di Apollo Global Management Marc Rowan, l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, l’ex coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite Sigrid Kaag e l’ex inviato delle Nazioni Unite in Medio Oriente Nickolay Mladenov. Sembra più un comitato d’affari piuttosto che di controllo.
Il Comitato esecutivo supervisionerà il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato altrettanto nuovo di tecnocrati palestinesi che sarà responsabile della fornitura di servizi di base agli abitanti di Gaza.
Giovedì al Cairo, il NCAG dei tecnocrati palestinesi ha tenuto il suo primo incontro con Mladenov, al quale si sono uniti virtualmente Kushner e Witkoff.
Il NCAG sarà guidato dall’ex viceministro della pianificazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ali Shaath, che la Casa Bianca, nel suo annuncio di venerdì, ha definito “un leader tecnocratico ampiamente rispettato che supervisionerà il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine”.
“Il dott. Sha’ath vanta una profonda esperienza nell’amministrazione pubblica, nello sviluppo economico e nell’impegno internazionale, ed è ampiamente rispettato per la sua leadership pragmatica e tecnocratica e per la sua comprensione delle realtà istituzionali di Gaza”, ha affermato la Casa Bianca.
Va detto che la scelta di Ali Shaath ha fatto storcere il naso a parecchia gente a Gerusalemme. Sebbene venga considerato un “critico pragmatico” di Israele, la sua equidistanza da Hamas e dalla Autorità Palestinese non è una garanzia di efficienza. Anzi, recenti critiche verso l’operato di Israele senza criticare nel contempo Hamas, fanno pensare che non sia la persona più adatta a ricoprire quel ruolo.
Per quanto riguarda la Forza di stabilizzazione internazionale, ancora da istituire, che avrà il compito di garantire la sicurezza della Striscia e di eliminare gradualmente le IDF, la Casa Bianca ha annunciato che il comandante delle operazioni speciali del Comando centrale, il generale di divisione Jasper Jeffers, è stato nominato comandante delle ISF “dove guiderà le operazioni di sicurezza, sosterrà la smilitarizzazione completa e consentirà la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione”
In precedenza Jeffers è stato co-presidente del Cessation of Hostilities Implementation Mechanism, che ha monitorato il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano raggiunto nel novembre 2024.
Al momento non sembrano esserci molti paesi disposti a inviare propri soldati per la forza di stabilizzazione internazionale. Gli unici “contenti” di farlo sono i turchi.
