Un asse arabo-israeliano per salvare il Kurdistan da Erdogan?

Omer Taspınar è uno dei più noti e competenti esperti di Turchia e Kurdistan in special modo nel settore della intelligence. Professore al National War College e alla Advanced International Studies della Johns Hopkins University, ha una sua interessante teoria su cosa si muova veramente dietro al problema del Kurdistan Siriano.

Scrive Omer Taspmar che quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump il mese scorso ha dichiarato che le forze americane in Siria sarebbero tornate a casa immediatamente, la Turchia fu uno dei pochi paesi a festeggiare. Alcuni ad Ankara avrebbero addirittura festeggiato una “vittoria”.

Dopo tutto – scrive ancora l’esperto – i principali partner americani sul terreno contro l’ISIS erano le forze curde che la Turchia considera terroristi legati al Partito dei lavoratori curdi (PKK).

A quella decisione seguirono però tutta una serie di dichiarazioni contraddittorie sia sui tempi che sulle modalità del ritiro americano, un fatto questo che ha innervosito non poco Erdogan il quale da oltre un mese accumula truppe e milizie islamiche a ridosso del Kurdistan siriano (che per altro già in parte occupa) e avrebbe voluto dare il via subito a una vasta operazione militare che invece è costretto a rinviare da un mese.

E in un mese ne succedono di cose. Ora, secondo Omer Taspınar durante questo periodo di tempo di “interdizione”, nel Kurdistan siriano ci sarebbe stato un gran via vai di agenti segreti sauditi, israeliani, egiziani e degli Emirati Arabi Uniti. Cosa ci fanno? Organizzano le difese curde, consegnano armi, portano soldi per acquistare quello che serve (100 milioni di dollari solo dai sauditi). Insomma, preparano il benvenuto a Erdogan.

Non solo, secondo Omer Taspınar ci sarebbe uno sviluppo sotto certi aspetti clamoroso. In un suo editoriale pubblicato da alcune testate americane sostiene infatti che «nell’ultimo mese ci sarebbero stati contatti diplomatici e militari tra i curdi siriani e i rivali regionali della Turchia, tra cui l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e Israele. Lo scorso ottobre, l’Arabia Saudita ha stanziato 100 milioni di dollari USA per progetti di stabilizzazione nei territori detenuti dall’ISIS, ma ora sotto il controllo curdo. Ora, questi paesi sembrano essere interessati anche a contribuire militarmente pur aiutare i curdi siriani».

Scrive ancora Omer Taspınar: «La logica dei rivali della Turchia è semplice. Finché Ankara continuerà a sostenere i Fratelli Musulmani – un’organizzazione che Egitto, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti considerano un gruppo terroristico – aiutare i curdi sarà un’efficace contromisura. Lo stesso vale per la frustrazione di Israele nei confronti di Erdogan per il suo sostegno ad Hamas.»

Un altro spetto che segnala Omer Taspınar e che potrebbe rovinare i piani di Erdogan è lo sviluppo di rapporti sempre più buoni tra i curdi e la Russia. Mosca non ha mai inserito il PKK nella lista delle organizzazioni terroristiche e di certo non vuole un ingresso turco in Siria.

I curdi avrebbero fatto una proposta alla Russia la quale prevede che il Kurdistan siriano rimanga con la Siria ma con una forma di autonomia locale molto simile a quella di cui gode il Kurdistan iracheno. E non sembra che la cosa dispiaccia né a Putin né ad Assad.

E’ chiaro che una proposta del genere non andrebbe bene a Erdogan che vuole evitare proprio la formazione di una entità curda autonoma anche in Siria dopo aver mal digerito quella irachena.

Insomma, in Kurdistan (più precisamente nel Kurdistan siriano) le cose si stanno muovendo e non è detta che una volta completato il ritiro americano dalla Siria, Erdogan si trovi la strada spianata per la sua programmata invasione. E’ interesse di molti fermare l’espansionismo turco almeno quanto lo è fermare quello iraniano.