La pace di Trump, quella più facile da ottenere e da spacciare come “pace” ad un elettorato che si beve di tutto, ma che pace non è perché se il nemico rimane sul posto e con gli stessi obiettivi, è solo una tregua, per di più maggiormente favorevole proprio al nemico che era sull’orlo del tracollo.
Trump sembra giocare su più fronti più o meno con la stessa tecnica, quella della minaccia di tagliare le forniture di armi. Non parlerò qui degli altri fronti, li affronteremo separatamente, ci fermeremo a quello mediorientale.
A scanso di equivoci, non intendo minimamente sottostimare il grande risultato raggiunto con la liberazione degli ultimi venti ostaggi rimasti vivi. Solo sei giorni fa la gioia ha attraversato Israele nel vedere tornare a casa i suoi figli. Ma quella gioia ha avuto un costo enorme, sia in termini di terroristi palestinesi liberati che, soprattutto, in termini tattici.
Intendiamoci, come ho già spiegato, eliminare Hamas è praticamente una missione impossibile. Hamas è un sistema con molti tentacoli e in quanto tale difficilissimo da estirpare in tempi brevi. Ma se a quel sistema togli il braccio armato, cioè le Brigate Izz al-Din al-Qassam, rimaste praticamente intatte dopo che hanno mandato al macello migliaia di bambini soldato e le unità meno importanti, il sistema perde di pericolosità, o quantomeno diventa gestibile.
Bene, Netanyahu è stato fermato un attimo prima dello scontro decisivo con le Brigate Izz al-Din al-Qassam. È stato fermato da un accordo scritto e voluto da Turchia e Qatar, cioè dalla Fratellanza Musulmana, che puntava esattamente a quello. Per Trump e la sua famiglia c’erano in ballo troppi interessi personali perché consentisse a Netanyahu di andare avanti. Lo ha persino costretto a chiedere scusa all’Emiro del Qatar quando invece gli avrebbe dovuto sputare in faccia.
E allora via al piano di pace turco/qatariota denominato “piano Trump”. Via alla liberazione di centinaia di terroristi che già hanno promesso altri 7 ottobre a Israele. Ma soprattutto, via i carri armati da Gaza City e dalle bocche d’ingresso degli ultimi tunnel dove la crema del terrorismo di Hamas si era rifugiata con tonnellate di viveri, armi e gli ultimi ostaggi vivi.
Riportare a casa venti ostaggi ha reso felice tutto Israele, ma sapere che la possibilità di un nuovo 7 ottobre è ancora viva, anche se fosse tra 10 anni, significa che quello che è stato fatto fino ad oggi non è servito ad eliminare la minaccia. L’ha solo spostata più in là nel tempo.
Qualcuno sostiene che essendo io non proprio “vicino” a Donald Trump, faccia condizionare i miei giudizi dalla poca simpatia che nutro verso il Presidente americano. Ma sfido chiunque a dire che l’accordo turco/qatariota sia favorevole a Israele, o che sia stata tatticamente la scelta giusta da fare.
Due minuti dopo l’inizio della tregua Hamas ha iniziato a giustiziare chiunque non fosse allineato con le idee del gruppo terrorista. Tre minuti dopo ha iniziato a riprendere il controllo del territorio e a rimettere in moto il “sistema Hamas”. Quattro minuti dopo voleva far entrare nella Striscia di Gaza decina di enormi macchine di movimento terra provenienti dalla Turchia che da settimane erano in attesa dal lato egiziano del valico di Rafah. Da settimane… chissà perché.
E se adesso, come probabilissimo, Hamas rifiuterà di disarmare l’IDF avrà perso il vantaggio tattico che aveva prima dell’accordo e disarmare Hamas costerà cento volte tanto.
E sarei io quello “di parte”? O sono quelli che pur di incensare il tycoon si mettono le bende agli occhi e considerano questo “piano di pace” alla stregua di un capolavoro diplomatico?
