Middle East

Chi pagherà il prezzo della guerra all’ISIS? Naturalmente Israele e il Kurdistan

Chi pagherà il prezzo della guerra all’ISIS organizzata da Barack Obama? Chi sarà a pagare il prezzo degli errori della Casa Bianca e dei suoi alleati regionali, primi tra tutti la Turchia, Qatar e Arabia Saudita, che per anni hanno finanziato e armato ISIS e Fronte Al-Nusra in configurazione anti-Assad? Mi vengono in mente due nomi: Israele e Kurdistan.

Per quanto riguarda Israele lo abbiamo visto alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite quale sarà il prezzo che Obama chiede a Gerusalemme per accontentare gli alleati arabi nella guerra all’ISIS. In primo luogo le critiche ingiustificate agli insediamenti ebraici a Gerusalemme Est, critiche del tutto fuori luogo come spiegava ieri sera il Premier Netanyahu alla NBC. Eppure gli arabi hanno messo sul piatto ancora una volta la questione palestinese, la questione di Gerusalemme Est, del Monte del Tempio e, non ultima, la questione di un alleggerimento sostanziale al blocco di sicurezza su Gaza. Obama deve accontentare gli alleati arabi e per farlo deve costringere Israele a cedere su diversi punti. Il bello è che la stampa americana vicina alla Casa Bianca parla degli alleati di Obama nella guerra all’ISIS come di un “fronte islamico moderato”, come se Arabia Saudita, Qatar e Turchia fossero dei moderati. E’ un errore già visto in passato con la Fratellanza Musulmana individuata da Obama come Islam moderato. Evidentemente il detto “sbagliare è umano, perseverare è diabolico” calza a pennello su Barack Obama.

Ieri anche la Turchia ha esposto la lista della spesa, il prezzo da pagare per il suo eventuale intervento contro l’ISIS, che per altro è fortemente legato proprio ad Ankara. Lo ha spiegato Erdogan in una intervista alla agenzia di stampa turca ANADOLU: soluzione permanente per la questione siriana e palestinese (Erdogan per confondere le acque ci ha messo dentro anche Somalia, Myanmar, Afghanistan, Ucraina, Yemen ecc. ecc. mancava solo l’annosa questione di Paperopoli e ci sarebbe stato tutto). Tradotto in soldoni, la Turchia interverrà contro la sua creazione (ISIS) solo se in cambio avrà garanzie certe su una sua importante influenza in Siria e in Palestina (che nel gergo turco vuol dire Hamas e non Autorità Palestinese).

E qui entra anche la questione del Kurdistan. La Turchia e i suoi amici iraniani e iracheni non riescono più a giustificare la mancata consegna delle armi alle truppe curde che combattono contro lo Stato Islamico. O li armano oppure intervengono direttamente nella guerra. Ma con molta probabilità prima di farlo avranno ottenuto dagli americani importanti garanzie sul futuro del Kurdistan, un futuro che chiaramente non ci dovrà essere. Per Obama non sarà stato un grande sacrifico vendere l’indipendenza del Kurdistan dato che proprio lui è uno dei primi ad opporvisi. Dal Califfato dello Stato Islamico si rischia quindi di cadere nel Califfato turco che in più comprenda anche la Palestina e tutto il Kurdistan. Non c’è che dire, una bella prospettiva.

E in tutto questo vortice di interessi non dimentichiamo il pericolo più grosso che il mondo libero sta correndo, quello del nucleare iraniano. Qualcuno ingenuamente pensa che il programma nucleare iraniano sia solo un problema israeliano. Certo, Israele corre un rischio esistenziale, ma il problema è globale. Se ci preoccupiamo del Califfato dello Stato Islamico cosa succederà quando gli Ayatollah avranno la bomba atomica? Mica crederete, come fa Obama, che gli Ayatollah siano meno estremisti dei tagliagole del ISIS? E non è forse vero che l’Iran sta approfittando della guerra allo Stato Islamico per portare avanti velocemente il suo programma nucleare? Non ammettere questo significa essere ciechi o, peggio, in malafede. Ma anche questo è un prezzo che Obama è disposto a pagare anche perché poi non sarà l’America a pagarlo ma sarà ancora una volta Israele.

E allora, chi paga il prezzo della guerra all’ISIS? Chi paga il prezzo degli errori di Obama e dei suoi alleati del cosiddetto “fronte islamico moderato”?

[glyphicon type=”user”] Scritto da Noemi Cabitza

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3 Comments

  1. Ma davvero è così necessario che Israele paghi un prezzo perchè qualcun altro faccia la guerra
    all’Isi?
    In fondo Israele già collabora con attività di intelligence.
    Piuttosto sono Obama e gli arabi che devono “comprare “ la collaborazione di Israele.
    Naturalmente Obama può usare il solito ricatto degli aiuti, ma bisogna vedere di quanto margine dispone e in più se vorrà continuare a corteggiare i Palestinesi, anche quando gli sputano in faccia, come ha fatto Abu Mazen nel suo intervento all’ONU.
    Ormai mi sembra (e mi auguro ) che Obama attualmente bluffi con questa insistenza sulla questione palestinese, più che altro per riflesso condizionato.
    Anche perché non ha più niente da dire dopo la aperta confessione dei suoi insuccessi nel prevedere la formazione del califfato.
    Una domanda ulteriore.
    Chi é più minacciato dal califfato?
    Se gli Stati arabi sunniti e la Turchia non sono davvero minacciati allora vuol dire che l’Isi é una loro creazione, che dipende ancora da loro e pensano di controllare, anche se non é attualmente impiegabile direttamente contro il nemico iraniano.
    Così come ancora non é stato impiegato contro Israele, ma solo contro la Siria e l’Iraq sciita.
    Un successo tuttavia l’Isi lo ha già ottenuto anche fuori del teatro di guerra, visto che attrae trasversalmente alcuni giovani islamici, cresciuti negli USA e in Europa, oltre che naturalmente quelli cresciuti nei Paesi musulmani.
    Questo Isi e il Califfato di sua pertinenza dimostra di avere un valore simbolico per le menti educate all’Islam, superiore alle aspettative.
    Chi lo avrebbe previsto?
    Ma , previsto o meno, questo é un dato di fatto.
    E non é nemmeno del tutto negativo.
    Il fatto che le truci esecuzioni operate dall’Isi costituiscano un simbolo carico di appeal per alcune giovani menti- sempre islamiche- dovrebbe focalizzare l’attenzione dei Governi sulla funzione dei simboli- in questo caso religiosi- il cui mestiere é quello di collegare “il concetto al concreto”, come rilevava il filosofo Cassirer.
    Il “concreto “ lo vediamo per esempio all’opera nelle entusiastiche fughe verso il campo di battaglia perfino di ragazzine quindicenni somale nate ed educate in Gran Bretagna.
    Forse problemi interni di questo genere indurranno i Governi europei ad una diversa considerazione nei confronti di Israele e smetteranno di seguire pedissequamente gli USA di Obama.
    Intelligente mi sembra l’apertura di Netanyahu ai Governi arabi per iniziare una nuova era di collaborazione, basata su valutazioni razionali, che invita a dismettere l’ormai consunto strumento dell’antisemitismo usato finora per cementare la coesione interna.
    Dalla risposta che i Governi arabi daranno si vedrà quali sono davvero le loro priorità, nonché i margini di azione di cui dispongono.
    Ma davvero si propongono di attaccare o di ricattare Israele attraverso l’Isi?
    Ho idea che in tal caso farebbero prima in tempo ad auto destabilizzarsi che a destabilizzare Israele.
    E in più si consegnerebbero mani e piedi all’Iran.

  2. Troppo contorta questa politica di Obama, così contorta da sembrare (dico, sembrare) quasi incomprensibile.
    “No surprise, Vittoria,” mi ha detto mia zia. “I capi del mondo se ne fregano della gente”.
    Quando parla, (Obama) invariabilmente riesco a sentire qui in Italia dove vivo, le risate degli ayatollah che arrivano da Teheran, man mano che i suoi discorsi proseguono sui canali televisivi.
    Come possono non ridere di felicità, gli iraniani, quando sentono negare dalla sua stessa bocca, la connessione tra Islam e violenza terroristica? Ecco perché proseguono allegramente nel loro programma nucleare, sanno che, non li ferma più nessuno.
    La domanda scottante è:
    approvano, Obama e i suoi compari europei, ciò che vogliono esattamente i rappresentanti del mondo islamico?
    La risposta è: SI. Un sì incondizionato.
    Tanto, se per sbaglio una bomba atomica dovesse cadere da qualche parte nel mondo, il primo posto in cui cadrebbe è Israele.
    No surprises, people.

  3. Errata corrige:
    Forse problemi interni di questo genere indurranno i Governi europei ad una diversa considerazione nei confronti di Israele e a smettere di seguire pedissequamente gli USA di Obama.

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