Il dilemma di Hamas: far sviluppare la Striscia di Gaza o distruggerla

Hamas si trova di fronte a una decisione non più rinviabile. O “azzera” la Jihad Islamica separandosi così da Teheran, oppure sceglie la via della guerra e della immancabile distruzione di Gaza

Il leader di Hamas, Yahya Sinwar

In tanti, praticamente tutti, pensano che il problema più grosso per Hamas sia solo Israele. Sbagliato. Uno dei problemi più grossi per Hamas si chiama Egitto. E al Cairo non sono affatto contenti di quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza.

L’ultima esplosione di violenza tra Israele e la Jihad Islamica ha messo in evidenza come Hamas non controlli più il gruppo terrorista legato all’Iran.

Secondo l’intelligence israeliana dopo l’uccisione del capo della Jihad Islamica a Gaza, Bahaa Abu al-Atta, Hamas aveva accettato che la Jihad Islamica rispondesse con un attacco limitato al lancio di pochi missili e solo contro le comunità israeliane di confine (ben protette).

Ma la Jihad Islamica, probabilmente seguendo gli ordini di Teheran, ha deciso di fare diversamente andando contro quanto “concesso” da Hamas.

Così ha scatenato un attacco di vaste proporzioni con centinaia di missili che sono arrivati a mettere in allerta persino Tel Aviv, andando quindi molto oltre quanto concordato con il gruppo terrorista che governa la Striscia di Gaza.

Una decisione che ha fatto scattare i campanelli di allarme su chi realmente controllasse l’enclave palestinese, dubbi per altro espressi da diverso tempo.

Ed è qui che entra in gioco l’Egitto. Come ormai da prassi ad ogni escalation, una delegazione dei servizi segreti egiziani si è recata quasi subito nella Striscia di Gaza per mediare con Hamas un cessate il fuoco o comunque una de-escalation. Solo che Hamas, a differenza di altre volte, non poteva parlare anche la Jihad Islamica che stava andando per conto suo.

È stato così che l’Egitto ha capito che Hamas non aveva più il controllo sulla Jihad Islamica che invece prendeva ordini direttamente da Teheran.

Report di inteligence riferiscono di uno scontro durissimo tra gli inviati egiziani e i capi di Hamas, accusati dagli egiziani di aver dato troppa corda ai proxy iraniani e di mettere a serio rischio la popolazione di Gaza.

Sulla Striscia incombeva infatti la possibilità che Israele desse il via ad una operazione su vasta scala.

Solo allora la leadership terrorista ha deciso di alzare la voce con la Jihad Islamica e di “imporre” un cessate il fuoco.

Ma i dubbi su chi controlla la Striscia di Gaza rimangono tutti. Soprattutto gli egiziani chiedono ad Hamas di dimostrare di essere ancora i governanti della Striscia e di “bloccare” anche con la forza la Jihad Islamica e addirittura di espellere i proxi iraniani dalla Striscia.

Ed è qui che nasce il grosso dilemma per Hamas. È stato infatti il nuovo leader dei terroristi che tengono in ostaggio la Striscia di Gaza, Yahya Sinwar, ad andare a chiedere aiuto finanziario e militare a Teheran spostando l’asse d’influenza su Gaza dalle potenze sunnite alla più grande potenza sciita.

È stato Sinwar ad accettare il denaro e le armi iraniane e a far dire che Hamas era “la prima linea di difesa dell’Iran”.

Ora i terroristi palestinesi si trovano tra l’incudine sunnita e il martello sciita. Devono decidere in fretta se continuare a beneficiare della generosità sunnita che arriva soprattutto dal Qatar (con il placet di Israele che mensilmente autorizza il trasferimento a Gaza di milioni di dollari) o schierarsi con l’Iran rinunciando però anche alle concessioni egiziane, che non sono pochissime e che includono tra le altre cose la possibilità (seppur limitata) per gli abitanti di Gaza di recarsi in Egitto anche per curarsi.

Non solo. Gli indispensabili aiuti a Gaza entrano solo attraverso Israele, dall’Egitto non entra praticamente nulla. E gli aiuti sono chiaramente condizionati al fatto che la situazione sia tranquilla.

In poche parole, Yahya Sinwar deve decidere se rinnegare i suoi accordi con Teheran e bloccare militarmente la Jihad Islamica, oppure continuare con questo giochino e mettere a repentaglio la stessa esistenza di Gaza che, ricordiamolo, sarebbe territorio egiziano donato alla “causa palestinese”.

Il Cairo su questo punto appare più irremovibile di Gerusalemme anche se la cosa non sembra interessare molto i media che coprono il Medio Oriente.

Ora la palla è nelle mani di Hamas. È molto improbabile che Israele possa continuare ad accettare la presenza di un proxy iraniano, qual è la Jihad Islamica, senza reagire. E se dovesse esserci una nuova escalation questa volta si potrebbe arrivare davvero ad una azione militare israeliana su vasta scala.

Cosa faranno i terroristi di Hamas? Sceglieranno la pace e quindi lo sviluppo di Gaza come vorrebbero l’Egitto e il Qatar, oppure sceglieranno di seguire la via iraniana portando la Striscia di Gaza alla distruzione?