Immigrazione: usare il caso Sea-Watch per aprire un dibattito più ampio

Il problema delle migrazioni è troppo complesso e articolato per essere ridotto ad un caso di tifoseria politica. Ma è ora che l’Europa ne prenda seriamente coscienza

Negli ultimi giorni i media nazionali e internazionali hanno dedicato molto spazio al caso della Sea-Watch 3, bloccata in mare con poco più di 40 migranti a bordo a causa del divieto tassativo di entrare in acque italiane.

Sia in Italia che all’estero si è fatto di questa vicenda un caso politico e si è innescato un dibattito in tal senso con due fazioni ben definite divise da un abisso ideologico. Da un lato gli intransigenti del “no all’immigrazione”, dall’altro invece coloro che credono invece che dovrebbe essere un obbligo morale accogliere tutti e, soprattutto, soccorrere in mare coloro che tentano di raggiungere il nostro paese con mezzi di fortuna, spesso inadeguati. Ma la situazione non è così semplice e netta.

Premetto subito che personalmente non sono mai stato un fautore della immigrazione senza regole. Già nel lontano 2004, cioè 15 anni fa, presentavamo progetti di sviluppo per l’Africa che al loro interno avevano un capitolo rivolto alla lotta ai trafficanti di esseri umani, convinti che l’unica arma per limitare le migrazioni fosse quella dello sviluppo.

Quindi il fenomeno del traffico di esseri umani non nasce negli ultimi anni, come spesso si tende a credere, ma nasce ed era noto già molto tempo fa e, nonostante questo, non è mai stato fatto nulla per contrastarlo.

Lo scopo di un progetto di sviluppo non è solo quello di aiutare una popolazione a svilupparsi, ma è soprattutto quello di dare a quelle popolazioni i mezzi necessari per rimanere nel proprio territorio sconfiggendo l’estrema povertà.

Purtroppo negli ultimi anni questo concetto basilare e fondamentale è andato perdendosi e con il taglio massiccio alle risorse destinate alla Cooperazione allo sviluppo da parte di tutti gli Stati occidentali (con poche eccezioni) si è venuta a creare una situazione esplosiva che vede milioni di persone costrette per sopravvivere a spostarsi e quindi ad emigrare dai loro luoghi di nascita.

Fino a qualche tempo fa il fenomeno dell’emigrazione in Africa riguardava principalmente lo stesso continente africano, cioè la stragrande maggioranza dei migranti si spostavano all’interno dell’Africa e non verso l’esterno, fatta salva una importante emigrazione verso il Golfo Persico (poi soppiantata da quella proveniente dal sub-continente indiano).

Questo dato ha fatto perdere di vista all’occidente il rischio denunciato 15 anni fa sul fatto che prima o poi quelle masse in continuo spostamento potessero rivolgere la loro attenzione al ricco nord, cioè all’Europa. Era infatti altamente improbabile che quelle masse di persone in cerca di una vita migliore potessero continuare a spostarsi da un Paese povero a un altro Paese povero. Ma chissà perché in occidente pensavano che la questione non li riguardasse. Il risultato di questa politica è purtroppo davanti agli occhi di tutti.

Per molti anni il concetto di sviluppo e di lotta alla povertà è stato praticamente relegato in secondo piano perché i governi occidentali pensavano che non fosse per loro una priorità e in tempi di crisi si è pensato che fosse logico tagliare prima di tutto le risorse dedicate alla Cooperazione e Sviluppo. Un errore, come dimostrano i fatti degli ultimi anni.

Il cambio di strategia di molte ONG

15 anni fa la stragrande maggioranza delle ONG che operavano in Africa lo facevano in due modi: con progetti di emergenza laddove vi era appunto una emergenza (principalmente in zone di conflitto) e con progetti di sviluppo ben articolati e a medio-lungo termine.

Con i ripetuti tagli alla Cooperazione e Sviluppo le ONG si sono viste costrette ad abbandonare i costosi e lunghi (in termini di tempo) progetti di sviluppo dedicandosi principalmente a quelli di emergenza. Ma anche questi, contestualmente alla soluzione di molti conflitti, sono andati via via scemando.

Anche in questo caso la logica avrebbe voluto che dopo il periodo di emergenza dovuto ai vari conflitti si fosse passati alla normalizzazione di quei territori attraverso progetti di sviluppo. Purtroppo così non è stato proprio per la mancanza di fondi. Così milioni di persone sono letteralmente rimaste abbandonate a se stesse creando quella fiumana di essere umani in cerca di una vita migliore che oggi vediamo premere alle porte della vecchia e ricca Europa.

Cosa hanno pensato di fare allora le ONG? L’unica cosa possibile: aiutare quelle persone e possibilmente sottrarle al traffico di esseri umani evitando nel contempo di farle morire nel lunghissimo tragitto verso il nord.

Una missione francamente impossibile perché chiunque con un minimo di intelligenza può capire che il vecchio continente non è in grado di accogliere tutti quei migranti ai quali poi si uniscono quelli provenienti dall’Asia (dei quali non si parla mai) e quelli in fuga dai recenti conflitti, soprattutto in Medio Oriente.

Di recente si è quindi corso ai ripari riprendendo, anche se solo in parte, il concetto basilare di sviluppo, che è quello di creare le condizioni affinché la gente non sia costretta a fuggire dalla propria terra. Purtroppo si è chiusa la stalla quando i buoi erano già fuggiti.

Cosa fare ora?

Come si è già detto, checché se ne dica, il vecchio continente non è in grado di sopportare una simile ondata di migranti (ci sono poi altri problemi non secondari legati alla immigrazione islamica nel lungo periodo). Ma non è che si può chiudere tutto e lasciare milioni di persone in balia degli eventi e dei trafficanti di esseri umani. Non si può realisticamente credere che per fermare questa fiumana di gente basti fermare qualche nave nel Mediterraneo o, come qualcuno propone, di formare un blocco navale davanti alla Libia. È semplicemente demenziale ridurre il tutto a queste semplici misure. È pura propaganda.

La realtà è che non c’è un piano. In nord Europa pensano che non sia un loro problema mentre i Paesi di primo approdo (Italia, Grecia e Spagna) sono abbandonati a se stessi. Si pensi solo che per il ricollocamento dei 42 (quarantadue) migranti della Sea-Watch si sono dovute intavolare trattative persino al G20.

Per esempio, perché ECHO, l’agenzia europea per le emergenze, non potenzia la sua struttura in Libia? Nel 2018 sono stati stanziati la miseria di otto milioni di Euro per l’emergenza umanitaria in Libia (solo per la Palestina dove non c’è nessuna emergenza ne sono stati stanziati 22,5 per il 2019), davvero pochi per pensare di poter in qualche modo incidere. Eppure le ONG disposte a operare in Libia ci sarebbero.

Ma soprattutto, perché in Europa non si discute più di Cooperazione e Sviluppo? È come se questo argomento non esistesse più quando invece è l’unico modo per attaccare il problema alla radice.

Ora, vista l’indignazione internazionale provocata dal caso Sea-Watch, dove è difficile stabilire il confine tra le ragioni dell’una o dell’altra parte, ognuna con argomenti validi, sarebbe il momento giusto per aprire un ampio dibattito su come affrontare il problema in modo radicale.

Tanto per cominciare, molte delle risorse che l’Europa dirotta verso i paesi dell’Est (che poi finiscono per alimentare una concorrenza scorretta verso gli altri) potrebbero essere dirottati a progetti di emergenza in Libia e a progetti di sviluppo nei Paesi di partenza.

Poi, si parla molto dei morti in mare ma poco o niente di quelli che muoiono nel deserto. Perché invece di pensare ad un demenziale blocco navale davanti alla Libia non si parla di creare un “filtro” prima che questi disgraziati si imbarchino nella pericolosissima traversata del Sahara? L’Europa ne avrebbe ampiamente i mezzi, eppure nessuno ne parla seriamente.

Insomma, è davvero riduttivo ridurre tutta la questione migratoria al solo caso Sea Watch o a quelle ONG che, sbagliando, evitato scientemente di affrontare il problema alla radice preferendo mantenere una costante situazione emergenziale.

È arrivato il momento che l’Europa faccia un piano articolato di sviluppo volto a creare le condizioni affinché le persone non siano costrette a migrare. Limitarsi a fermarle in Libia non solo non risolve il problema, ma ne crea altri che con il tempo diverranno ingestibili.

Se il caso della Sea Watch servirà ad aprire un dibattito in tal senso allora sarà servito a qualcosa – e qui il ruolo dell’Italia deve essere fondamentale – altrimenti tra pochi giorni saremo di nuovo da capo senza mai affrontare il problema alla radice.