Israele: «fuori la Turchia dalla Striscia di Gaza»

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Maurizia De Groot Vos - Analista senior

È di questa mattina la notizia, diffusa da Axios, che gli Stati Uniti si appresterebbero a presentare una risoluzione al Consiglio di sicurezza dell’Onu, la quale definirebbe lo status futuro della Striscia di Gaza.  

Secondo Axios «lunedì gli Stati Uniti hanno inviato a diversi membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione per l’istituzione di una forza internazionale a Gaza per una durata di almeno due anni».  

Sempre secondo la ben informata agenzia di stampa statunitense «la bozza di risoluzione, definita “SENSIBILIZZANTE MA NON CLASSIFICATA”, darebbe agli Stati Uniti e agli altri paesi partecipanti un ampio mandato per governare Gaza e garantire la sicurezza fino alla fine del 2027, con possibilità di proroghe in seguito». 

Nelle intenzioni di Washington la cosiddetta Forza internazionale di stabilizzazione sarà incaricata di proteggere i confini della Striscia di Gaza con Israele ed Egitto, di garantire la sicurezza dei civili e delle zone umanitarie e di addestrare nuovi agenti di polizia palestinesi con cui collaborerà. 

Non entrerò nei tecnicismi, per altro ancora fumosi, delle intenzioni statunitensi in merito alla cosiddetta “forza di pace”, quello che sembra sufficientemente sicuro è che fino ad oggi sono sette i paesi che, a parole, hanno dato la loro disponibilità a partecipare a questa “forza di pace”: Indonesia, Emirati Arabi Uniti, Italia, Malesia, Azerbaigian, Marocco e Turchia.  

Vorrei porre l’accento sulla “disponibilità” turca, per altro già fortemente osteggiata da Israele.  

La Turchia di Erdogan, che ha già inviato mezzi e uomini in Egitto, non riconosce Hamas come gruppo terrorista, ma come gruppo resistente. Ad Ankara ci sono gli uffici politici di Hamas e Erdogan si è più volte espresso a favore di Hamas, anche all’indomani del 7 ottobre.  

La Turchia ha più volte minacciato Israele e teoricamente si trova già al confine nord dello Stato Ebraico, essendo la Siria caduta in mano di un gruppo Jihadista legato a doppio filo con Ankara e con la Fratellanza Musulmana. E solo pochi giorni fa MEMRI ha lanciato un serio avvertimento sulle intenzioni non proprio pacifiche della Turchia nei riguardi di Israele. 

Solo pochi mesi fa Amine Ayoub scriveva che considerava la Turchia molto più pericolosa per Israele dell’Iran.  

Amine Ayoub nel suo articolo sostiene che: «l‘ideologia della Fratellanza è fondamentalmente contraria allo Stato ebraico, vedendo Israele come un occupante di terre musulmane, e storicamente ha chiesto la sua distruzione. Mentre la minaccia dell’Iran a Israele è in gran parte militare e focalizzata sulla questione nucleare, il legame della Turchia con la Fratellanza Musulmana rappresenta una sfida ideologica più profonda. Ciò è particolarmente preoccupante poiché la Turchia usa la sua influenza politica e militare per diffondere ideologie affiliate alla Fratellanza Musulmana in tutto il mondo arabo, il che potrebbe destabilizzare ulteriormente la regione e creare ambienti più ostili per Israele». 

Da molto tempo Erdogan cerca il modo di “avvicinarsi” a Israele, nel senso che cerca il “contatto territoriale” con lo Stato Ebraico. Con l’aver messo un suo uomo alla guida della Siria c’è in parte riuscito, anche se deve fare i conti con drusi, curdi e con la prudenza israeliana che ha creato una sorta di zona cuscinetto.  

Ma se riuscisse ad entrare a Gaza avrebbe non solo il contatto territoriale, ma in mezzora sarebbe nel cuore di Israele e potrebbe contare anche su eventuali “zone di sbarco”.  

Per questo il dittatore turco sta facendo una fortissima pressione sul Presidente americano, Donald Trump, affinché “imponga” a Israele la presenza turca nella futura forza di pace a Gaza.  

Tuttavia, anche se a Trump piace moltissimo Erdogan, il Segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, è stato chiarissimo sul fatto che «Israele deve approvare chi farà parte del contingente internazionale» e di certo non ci saranno né la Turchia né il Qatar, ambedue finanziatori – nemmeno tanto occulti – di Hamas.  

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Italo-Israeliana, Analista senior per il Medio Oriente ed Eurasia. Detesta i social ma li ritiene un male necessario. Vive a Bruxelles