Antisemitismo e odio razziale: il mostro è tornato. Le colpe della informazione

Sono passate poco più di due settimane dalla “giornata della memoria” che ricorda le vittime dell’olocausto ebraico e, com’era ampiamente prevedibile, la ricorrenza non è servita a far ricordare all’Europa e agli Europei da cosa è nato l’olocausto, cosa ha generato tutto quell’odio che ha portato allo sterminio deliberato di milioni di persone di fede ebraica.

Quanto successo ieri al filosofo francese Alain Finkielkraut durante le manifestazioni dei gilet gialli in Francia quando è stato pesantemente attaccato e insultato per il suo essere ebreo, è solo l’ultimo di una lunghissima serie di gravissimi episodi di antisemitismo per lo più sottovalutati, quando non ignorati, dai governanti europei e dalla stampa.

Confesso che non è facile analizzare con lucidità il fenomeno. Le opinioni sul ritorno del “mostro” sono tante e non sempre concordanti.

C’è chi da la colpa all’aumento della presenza islamica in Europa o addirittura a una supposta “invasione islamica”, ma i numeri reali (non quelli percepiti) ci dicono che la presenza islamica in Europa è molto lontana dal poter essere paragonata ad una invasione se non vista in prospettiva, cioè come un pericolo non attuale ma futuro.

Altri dicono che la colpa del ritorno del “mostro” sia da addebitare alla crescente intolleranza verso tutto quello che è “diverso”, gli immigrati, le persone di colore, gli omosessuali e, appunto, gli ebrei che vengono visti come qualcosa di separato rispetto alla società. Il “diverso” viene visto come un potenziale pericolo per la società e quindi viene attaccato.

Personalmente credo che – più banalmente – antisemitismo, odio razziale e intolleranza siano il frutto di una campagna di propaganda politica volta a inculcare la paura nella popolazione, ad individuare volta per volta un nemico da incolpare per qualsiasi cosa, dalla crisi economica alla vittoria di Alessandro Mahmoud a Sanremo.

Ben inteso, non ne sto facendo una questione di colore politico. L’intolleranza e soprattutto l’antisemitismo sono fenomeni trasversali che non possono essere accostati ad un unico colore politico. Chi lo fa mente a se stesso e agli altri.

Dichiarazioni fortemente antisemite si possono leggere quasi in ogni schieramento politico, dalla estrema sinistra all’estrema destra.

Anzi, è proprio l’antisemitismo e l’intolleranza a fare da vero collante tra gli estremisti di ogni colore politico. Pensiamo per esempio al britannico Jeremy Corbyn a cui si rifanno molti esponenti della sinistra italiana, oppure ai movimenti di estrema destra come CasaPound, accarezzati e coccolati dalla destra italiana. Se c’è una cosa che li unisce è proprio l’odio verso gli ebrei.

L’antisemitismo e l’odio razziale si nutrono di ignoranza. Lo sapeva benissimo Joseph Goebbels quando introdusse il «principio della semplificazione e del nemico unico», oggi ampiamente rispolverato in tutte le sue peggiori accezioni dalla comunicazione politica.

Così accade che il nazismo rialzi la testa. Raduni apertamente neonazisti vengono organizzati in tutta Europa, l’ultimo ieri a Sofia, in Bulgaria, dove migliaia di neonazisti provenienti da tutto il continente hanno sfilato con le fiaccole per ricordare il generale Nikolov Lukov, noto per le sue idee naziste e antisemite.

Neonazisti sfilano per le strade di Sofia, in Bulgaria, durante la Lukov march per ricordare il generale Nikolov Lukov

Un pericolo ampiamente sottovalutato

Quello del ritorno del “mostro” è un pericolo che purtroppo è stato ampiamente sottovalutato fino ad oggi. Alcuni cercano di far passare l’idea di non essere antisemiti ma di essere “solo” antisionisti. Una scorciatoia per giustificare il proprio odio verso gli ebrei che però a volte funziona e finisce per coinvolgere anche chi proprio antisemita non è ma che, per vari motivi, non condivide la politica di Israele.

E anche in questo caso a farla da padrone è la disinformazione, la propaganda alla Goebbels, quella che si rifà in particolare al “principio dell’unanimità” che recita: «portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità». Quante volte oggi nella comunicazione politica sentiamo dire «lo vuole il popolo»? In quelle quattro parole è racchiuso tutto il concetto del “principio dell’unanimità”.

Le responsabilità di chi informa

Voglio ribadire ancora una volta, a scanso di equivoci, che non ritengo l’antisemitismo e l’intolleranza verso i diversi come il frutto di una ideologia politica. E’ troppo semplicistico ridimensionare il tutto alla destra o alla sinistra.

Ed è questa la vera pericolosità di questo ritorno del mostro. Non è alimentato da una ideologia politica facilmente inquadrabile e quindi altrettanto facilmente contrastabile. Il mostro è trasversale, è subdolo, si insinua dove l’ignoranza o la cattiva informazione la fanno da padrone. Non prende solo il neonazista ma anche l’estremista di sinistra, sempre ammesso che vi siano una qualche differenza tra i due. Pesca nel torbido rossobruno e trova purtroppo molto da pescare.

E qui bisogna ammettere che molta responsabilità va attribuita a chi fa informazione. Oggi se vuoi ottenere i famigerati “click” devi spararla grossa. Non è un caso che vi sia un importante fiorire di siti web che fanno del sensazionalismo la propria arma, sensazionalismo dal quale non sono immuni nemmeno le testate cosiddette “importanti” (e probabilmente alcune volte nemmeno noi).

L’importanza di fare buona informazione è passata in secondo piano rispetto a quella di sparare a 360 gradi informazioni spesso non verificate o addirittura inventate allo scopo di ottenere seguaci o “adepti”.

Così sempre più spesso la “gente” finisce per confondere il concetto di “leggere” con quello di “informarsi”.

Chi informa ha delle responsabilità e non si può negare che il rifiorire del nazismo, dell’antisemitismo, il crescendo della paura verso il “diverso” dipenda in larga parte dalla comunicazione e dalla cosiddetta “informazione”.

Questa è una responsabilità che dobbiamo prenderci tutti sulle spalle, almeno coloro a cui interessa informare e non ottenere “click”. Questa è una battaglia che dobbiamo portare avanti tutti se vogliamo evitare di tornare agli anni trenta del secolo corso, perché il pericolo è quello, il pericolo è che si perda il controllo di quello che con tanta tanta fatica abbiamo creato: l’umanità e la civiltà.