Non ci si faccia ingannare dai mandati di cattura emessi dal tribunale di Istanbul contro Benjamin Netanyahu e altri 36 alti dirigenti e ufficiali israeliani. Non è una “erdoganata” come alcuni illustri commentatori l’hanno definita per dire che è solo una spacconata alla Erdogan, magari per accreditarsi come paladino dei palestinesi. È una cosa seria.
Naturalmente non perché il Premier israeliano e gli altri “sospettati” rischino di finire in qualche galera turca, ma perché il dittatore turco, come lo ha giustamente etichettato Mario Draghi, la sa molto lunga su come si aizzano le folle, e il suo odio verso Israele lo sta trasmettendo anche a coloro che, in Turchia, antisemiti non erano.
Se si legge con attenzione l’allarme lanciato pochi giorni da MEMRI, non sfugge la preoccupante escalation, non solo verbale, con la quale Erdogan avvicina la Turchia ad uno scontro armato con Israele.
Fino alla caduta di Assad la Turchia non aveva un punto di contatto con Israele. La Siria in mano agli Ayatollah non gli consentiva di usare quel territorio per diventare una minaccia attendibile verso Israele. Ma con l’avvento degli Jihadisti di a-Shara, armati proprio da Erdogan, la Siria è improvvisamente diventata quel punto di contatto tra Turchia e Israele che Erdogan cercava.
Ora, è lapalissiano che Erdogan non può di punto in bianco spostare un esercito in Siria per minacciare Israele. Ma lo farà lentamente, seguendo la “strategia della gradualità” tanto cara alla Fratellanza Musulmana. Ha già iniziato a farlo cercando di togliere di mezzo tutto ciò che potrebbe ostacolare i suoi piani: i curdi siriani, che resistono, e i drusi, sempre più sotto l’ombrello israeliano.
Sempre nell’ottica della strategia della gradualità rientrano tutte quelle iniziative volte a dipingere Israele come il male assoluto agli occhi dell’opinione pubblica turca. Adesso sono i mandati di cattura per Netanyahu e gli altri, qualche settimana fa era il blocco navale su Gaza che «affamava i palestinesi», prima ancora era l’arresto di attivisti/estremisti turchi pro-Hamas. È un continuo stillicidio di attacchi a Israele e di operazioni volte a danneggiare lo Stato Ebraico.
Erdogan non scherza. La Turchia è impegnata politicamente e militarmente in Libia, Sudan, Siria, Iraq, Striscia di Gaza, nei Balcani. Sta mediando tra Pakistan e talebani.
È diventata uno dei maggiori produttori di sistemi d’arma a livello globale. Tra le aziende turche spiccano Baykar (UAV/UCAV), TAI / TUSAŞ (aerospazio, UAV, aerei), Roketsan (missili, razzi), Aselsan (elettronica, radar, EW), Otokar, BMC, FNSS (veicoli corazzati), MKE (armamenti leggeri/munizioni), STM, ASFAT (naval shipbuilding/exports).
Negli ultimi anni l’export turco di difesa è cresciuto molto (miliardi di $ e decine di paesi clienti) e la Turchia punta all’autosufficienza su motori, elettronica e sistemi d’arma complessi.
Come si può facilmente vedere, non siamo più di fronte al “dittatore da repubblica delle banane” che era Erdogan fino a qualche anno fa, siamo di fronte a uno Stato Islamico che diventa ogni giorno più potente e che ogni giorno che passa mostra quali sono i suoi obiettivi: il grande Califfato sognato dalla Fratellanza Musulmana.
Ma il grande ostacolo al raggiungimento di questo obiettivo è Israele. E così mentre noi guardiamo all’Iran, Hezbollah, Hamas e tutti gli altri, Erdogan prepara il grande passo, il colpaccio. “Potremmo arrivare all’improvviso una notte” come abbiamo già fatto in altri posti.
“Proprio come siamo entrati nel [Nagorno] Karabakh e proprio come siamo entrati in Libia, faremo qualcosa di simile a [Israele]. Non c’è [motivo] per non farlo”.
No, Erdogan non scherza affatto.

