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Il dopo Helsinki per il Medio Oriente? Cauto ottimismo ma con un occhio alla Turchia

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Dopo l’incontro Trump-Putin a Helsinki, la situazione potrebbe cambiare in Medio Oriente ma non troppo. Ho letto con interesse gli ultimi due articoli sul Medio Oriente pubblicati su RR (qui e qui).

L’Iran potrebbe ritirarsi dalla Siria per i troppi fronti aperti (Yemen, Iraq, proteste in casa propria), per i danni che di volta in volta gli causa l’aviazione israeliana, per la palese inferiorità e per le possibili richieste sotto la pressione russa.

Alla lunga questo elenco può rivelarsi troppo pesante. L’unica possibilità è quella di continuare ad armare sottobanco Hezbollah e Hamas, continuando a combattere dietro le quinte. La stessa cosa che ha fatto la Siria dopo la guerra in Libano degli anni 80. La Siria (con collaborazione di altri paesi arabi) ha capito che non poteva competere direttamente con Israele, perciò supportava Hezbollah facendo del Libano un suo feudo e disimpegnandosi in prima linea dal conflitto. La stessa cosa potrebbe fare l’Iran.

Difficile ovviamente prevedere il futuro ma, tenendo conto che Putin preferirebbe tenersi sia Gerusalemme che Teheran come alleato, l’Iran e le milizie sciite anche se ingolosite dai successi militari contro i ribelli sunniti siriani sembrerebbero essere più gestibili rispetto alla Turchia di Erdogan, il quale ha dimostrato con il suo doppiogiochismo di saper trattare su più tavoli, rischiando seriamente di rimanere impunito. Si intravede ottimismo sul fronte iraniano e nulla di buono verso la Turchia.

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