Qualcosa non torna nella strategia di Trump in Medio Oriente

Israele doveva essere il primo beneficiario della strategia di Trump in Medio Oriente e invece manca poco che ne diventi la prima vittima

C’è qualcosa che non torna nella strategia di Trump in Medio Oriente. Quasi nulla sta andando come il Presidente americano aveva previsto.

L’Iran non cede

Le sanzioni economiche imposte a Teheran dal presidente americano non stanno avendo l’impatto immaginato mentre gli iraniani non sembrano affatto intimoriti dalle sin qui vuote minacce americane di un intervento militare. Anzi, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), l’apparato più pericoloso, ne sembra uscire rafforzato.

La Cina e la Russia hanno ormai apertamente respinto le sanzioni americane all’Iran. Mosca e Pechino non solo si sono offerte per l’acquisto di petrolio iraniano ma hanno offerto a Teheran diverse “scappatoie” per aggirare anche le sanzioni economiche.

L’Iran negli ultimi mesi ha meticolosamente selezionato i suoi passi politici e obiettivi militari, sia nel Golfo che nell’arena internazionale

Scrive Elijah J. Magnier: «l’Iran negli ultimi mesi ha meticolosamente selezionato i suoi passi politici e gli obiettivi militari, sia nel Golfo che nell’arena internazionale. Il suo ritiro parziale e graduale – tattico ma lecito – dal Piano d’azione congiunto globale (JCPOA), noto come accordo sul nucleare iraniano, sta seguendo un percorso determinato. Il suo chiaro obiettivo è quello di mettere all’angolo il presidente degli Stati Uniti e i suoi alleati europei, e in effetti l’Iran sembra puntare a un ritiro definitivo dal JCPOA».

Questo atteggiamento iraniano mette praticamente fuori gioco la strategia di Trump volta a costringere Teheran, attraverso le sanzioni, a tornare al tavolo delle trattative per rinegoziare il JCPOA.

Non solo, gli iraniani sfidano senza timore e apertamente le minacce militari americane mettendo a rischio la navigazione nel Golfo Persico.

Nelle ultime settimane hanno sabotato quattro petroliere nel porto emiratino di al-Fujairah, attaccato con droni le stazioni di pompaggio della saudita Aramco, danneggiato una petroliera giapponese, preso in ostaggio una petroliera britannica e in mezzo a tutto questo hanno anche abbattuto un drone americano.

Nel frattempo hanno continuato la loro strategia di accerchiamento di Israele, hanno concluso un accordo con Hamas, rafforzato enormemente Hezbollah e le altre milizie sciite in Siria e in Iraq creando “l’asse della resistenza”.

Non sembrano affatto intimoriti dalle minacce americane, anzi, alzano continuamente l’asticella della sfida mentre Trump non va oltre qualche Twitt di minaccia.

Conflitto israelo-palestinese: il “piano del secolo” nemmeno partirà

Brutte notizie anche sul versante della soluzione del conflitto israelo-palestinese. Il cosiddetto “piano del secolo” è destinato a non partire o comunque a non funzionare. Fino ad oggi l’unico risultato raggiunto su quel versante è stato l’indebolimento della Autorità Palestinese al quale però è seguito un rafforzamento di Hamas e della Jihad Islamica anche in Giudea e Samaria oltre che a Gaza. E non è un buon risultato.

Israele doveva essere il primo beneficiario della strategia di Trump in Medio Oriente e invece manca poco che ne diventi la prima vittima.

Secondo Pepe Escobar, analista brasiliano che scrive per le maggiori testate russe, quella del Presidente Trump è «follia geopolitica». Secondo il giornalista brasiliano prestato ai russi «l’incapacità di Trump di fronte a un avversario così determinato come l’Iran appare evidente in ogni più piccolo frangente».

Escobar è notoriamente un critico di Trump, le sue analisi sono sempre di parte (russa), ma questa volta non ha tutti i torti. La politica di Trump in Medio Oriente non solo non sta dando i frutti sperati, ma rischia di mettere in gravissima difficoltà Israele sia dal lato del conflitto israelo-palestinese che da quello, ben più pericoloso, del conflitto con l’Iran e i suoi proxi.

Grazie alle decisioni prese all’inizio del suo mandato, prima tra tutti il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, e a quelle relative alla Autorità Palestinese, Trump ha potuto guadagnare molto credito all’interno della Stato Ebraico, ma tutto sommato sono piccole cose rispetto allo scenario che si sta delineando.

Si ha l’impressione che una volta fallita la tattica delle pressioni finanziarie (o comunque resa inefficace dalle contromisure) il Presidente americano navighi a vista dove invece ci sarebbe bisogno di un piano ben articolato.

Speriamo che alla Casa Bianca abbiano dei piani alternativi perché in questo momento a pagare gli errori di valutazione di Trump in Medio Oriente è Israele, sempre più al centro del mirino degli Ayatollah.